Si è ampliato il numero di alterazioni cromosomiche fetali valutate con il G-Test

Fino a pochi anni fa era impensabile che una mamma in attesa potesse conoscere lo stato di salute del feto attraverso un semplice prelievo di sangue materno, in totale assenza di rischi per il bambino e di complicazioni per la gestante dovute alle procedure di raccolta del materiale biologico.
Negli ultimi anni, l’introduzione delle tecniche non invasive di analisi del DNA fetale, isolato da un campione di sangue materno, ha aperto un nuovo scenario nell’ambito della diagnostica prenatale.
Oggi il G-test, che Bioscience Genomics offre su tutto il territorio nazionale, rappresenta uno strumento valido, sicuro e affidabile per valutare il rischio che il feto sia affetto dalle anomalie cromosomiche più frequenti in gravidanza.
Recentemente, il perfezionamento delle tecniche di sequenziamento del DNA ha ampliato il numero di patologie che il G-test è in grado di valutare.
Nell’ambito delle trisomie (malattie causate dalla presenza di un cromosoma sovrannumerario rispetto al normale assetto di un individuo sano), il tradizionale pannello di analisi costituito dalla trisomia 21 (Sindrome di Down), dalla trisomia 18 (Sindrome di Edwards) e dalla trisomia 13 (sindrome di Patau) si è ampliato con l’aggiunta delle trisomie dei cromosomi 9, 16 e 22.
Per quanto riguarda le delezioni, malattie determinate dalla perdita irreversibile di un tratto di un cromosoma, sei nuove patologie ampliano l’elenco delle sindromi da delezione già precedentemente contemplate: la Sindrome di Jacobsen, la Sindrome di Van Der Woude, la Sindrome di Prader Willi, la Sindrome di Angelman, la Sindrome di George 2, la Sindrome da delezione 16p12,2-p11,2.
In aggiunta a ciò ricordiamo che il G-test permette di determinare il sesso del nascituro e di identificare le aneuploidie dei cromosomi sessuali (Sindrome di Turner, Sindrome di Klinefelter, Sindrome di Jacobs, Sindrome della Tripla X), ovvero le sindromi causate dalla perdita o dall’aggiunta di uno dei due cromosomi sessuali X e Y che caratterizzano il sesso maschile (XY) e femminile (XX).
Nella tabella sono riportate le principali caratteristiche delle nuove patologie che il G-test valuta.

Una gravidanza al 100%…di ossigeno!

Ossigenoterapia iperbarica

L’ossigenoterapia iperbarica (OTI) è una terapia basata sulla respirazione di ossigeno puro che viene fornito all’interno di un ambiente pressurizzato ad una pressione 2 o 3 volte superiore rispetto a quella atmosferica.
La diffusione di ossigeno altamente concentrato nei vari distretti corporei promuove la formazione di monossido di azoto, un gas ad azione antiinfiammatoria che favorisce la generazione di nuovi vasi sanguigni, la mobilizzazione delle cellule staminali e la riparazione delle ferite.
Per questo motivo la terapia iperbarica è fortemente consigliata nei casi di necrosi ossea, ulcere di varia natura, piede diabetico, sordità improvvisa, presenza di edemi, infezioni dei tessuti molli, gangrena gassosa, embolia gassosa arteriosa.
Forse pochi sanno che il ricorso all’ossigenoterapia iperbarica ha importanti effetti anche in gravidanza, poiché stimola lo sviluppo neurologico del feto.
E’ stato osservato infatti che bambini sottoposti a terapia iperbarica nella fase intrauterina presentano un basso rischio di subire ipossia neonatale e mostrano nel corso degli anni un elevato quoziente intellettivo.
Presso il centro iperbarico di Ravenna, coordinato dal Dott. Pasquale Longobardi, sono stati seguiti 20 bambini che nella fase prenatale hanno ricevuto questo tipo di trattamento.
La somministrazione di questo “farmaco naturale” viene fortemente consigliata nelle gravidanze con gestosi, nei casi di sofferenza fetale, nelle gravidanze con ritardo della crescita: in queste situazioni-afferma il Dott. Longobardi-sono sufficienti poche sedute di ossigenoterapia per aumentare il flusso nell’arteria ombelicale e migliorare il diametro della teca cranica.
Ma l’ossigenoterapia è utilizzata anche per il trattamento di bambini con autismo e con gravi malattie genetiche: è recente la testimonianza della mamma di Nicolò, un bimbo di 5 anni affetto da trisomia 18, una malattia genetica che causa diverse malformazioni anatomiche accompagnate da grave ritardo mentale e motorio.
Nicolò, che sta seguendo un programma multidisciplinare basato sull’ integrazione dell’ossigenoterapia con sedute di logopedia e ginnastica riabilitativa, sta manifestando notevoli miglioramenti a livello motorio, linguistico e intellettivo.

IL G-test, metodica di analisi prenatale di ultima generazione, promette di cambiare il panorama della diagnostica prenatale.

Oggi, nell’ambito della diagnostica prenatale, è possibile avvalersi di un esame di ultima generazione, il G-test, che basandosi su metodiche non invasive fornisce con estrema affidabilità il rischio che il feto presenti importanti alterazioni cromosomiche.
Il G-test nasce dalla collaborazione tra Bioscience Institute e BGI-Health, azienda in forte espansione che vanta la partecipazione, in misura dell’1%, al sequenziamento del genoma umano, e in misura del 10% al successivo progetto HapMap, un progetto di ricerca internazionale finalizzato a identificare i geni associati alle più comuni malattie umane.
La validazione clinica del G-test è stata eseguita su un campione di 11.105 donne di età gestazionale compresa tra le 9 e le 28 settimane: l’analisi dei dati raccolti nell’arco di 2 anni ha evidenziato che il test vanta la massima affidabilità nell’individuazione del rischio associato alle più comuni patologie fetali, mostrando valori di sensibilità e di specificità pari al 100% e al 99.96% rispettivamente.
Ad oggi, BGI presenta uno storico di 211.883 campioni analizzati (dati aggiornati al 10/11/2013), per i quali rimane invariata l’attendibilità di questo esame.
A partire dall’anno 2013, in cui Bioscience Institute ha introdotto il G-test sul mercato italiano, il 4% circa delle analisi effettuate ha evidenziato una gestazione “ad alto rischio” di patologie fetali.
Nell’ambito di questa coorte di casi il 50% ha mostrato un alto rischio per la Trisomia 21 (Sindrome di Down), il 34% circa per la Sindrome di Turner (o Sindrome X0) e il restante 16% un alto rischio per la Trisomia 18 (Sindrome di Edwards).
Questi dati hanno trovato conferma in successivi approfondimenti diagnostici di tipo invasivo: ad esclusione dei casi di Trisomia 18, che sono evoluti in aborti spontanei (la sindrome di Edwards è in genere incompatibile con il proseguimento della gravidanza), in tutti gli altri casi la condizione di “alto rischio” evidenziata dal G-test è stata successivamente convalidata da amniocentesi.
I dati sovraesposti confermano l’attendibilità di questo tipo di indagine e sottolineano ancora una volta il valore del G-test: identificare le gravidanze ad alto rischio delle più comuni malformazioni genetiche fetali, per le quali sarà necessario procedere con accertamenti di tipo invasivo.
L’esecuzione del G-test nel primo trimestre di gestazione permette quindi di ridurre il ricorso alle indagini prenatali invasive e di abbattere la percentuale di aborti spontanei , attualmente pari allo 0.5-1%, legati alla invasività della procedura di prelievo.
Quali gli altri punti di forza del G-test?
E’ indolore e totalmente sicuro per la salute della mamma e del bambino, poiché si effettua attraverso un semplice prelievo di sangue.
Può essere eseguito a partire dalla 10°settimana di gestazione, quindi in una fase della gravidanza ancora iniziale: questa tempistica permette alla coppia di futuri genitori di valutare serenamente come proseguire la gravidanza, senza l’obbligo di prendere decisioni affrettate.
Il G-test valuta il rischio di avere un feto affetto da Trisomia 21, 18 o 13, dalle aneuploidie dei cromosomi sessuali (X0, XXY, XYY, XXX) e da alcune microdelezioni cromosomiche (Sindrome du Cri du Chat, Sindrome da microdelezione 1p36, Sindrome da microdelezione 2p33.1), ovvero dalle patologie fetali più comuni, la cui frequenza nella popolazione giustifica il ricorso alla indagini prenatali.
Infine, il G-test consente di avere informazioni sul sesso del nascituro già alla 10° settimana di gestazione.

Il G-test : cos’e’

Il G-test è una metodica di analisi prenatale di ultima generazione che permette di calcolare il rischio di avere un feto affetto da alcune alterazioni genetiche causa di patologie di differente gravità.
Fino a poco tempo fa la diagnosi prenatale si è basata quasi esclusivamente su metodiche invasive (villocentesi, amniocentesi) per le quali il prelievo di materiale biologico finalizzato all’analisi dell’assetto cromosomico fetale comporta un rischio per la salute del bambino.
I notevoli progressi ottenuti negli ultimi anni in ambito biomedico hanno permesso di elaborare nuove tecnologie in grado di valutare con estrema accuratezza il rischio che una gravidanza possa presentare anomalie genetiche, senza pregiudicare il corretto proseguimento della gravidanza stessa.
Il G-test valuta il rischio di presenza delle più comuni trisomie: la trisomia 21 o Sindrome di Down, la trisomia 18 o Sindrome di Edwards e la trisomia 13 o Sindrome di Patau.
Con questo esame è inoltre possibile rilevare il rischio di aneuploidie dei cromosomi sessuali e di tre microdelezioni (Sindrome du Cri du Chat, Sindrome da microdelezione 1p36, Sindrome da microdelezione 2p33.1), cioè anomalie nel numero o nella struttura dei cromosomi rispettivamente che determinano patologie di entità variabile.
La metodologia alla base del G-test consiste nell’analisi del DNA di origine fetale, materiale presente in forma libera, cioè non associata a cellule, all’interno del sangue materno.
Per eseguire questo esame di screening è sufficiente che la futura mamma esegua un semplice prelievo di sangue venoso, effettuabile tra la 10° e la 24° settimana di gestazione.
I vantaggi legati all’esecuzione di questo esame sono molteplici:

  •  il test non comporta alcun rischio abortivo e non pregiudica in alcun modo la salute della gestante
  •  presenta un’affidabilità superiore al 99.9%
  •  è semplice e rapido
  •  è raccomandato dalla National Society of Genetic Counselors in caso di gravidanze a rischio per alcune anomalie cromosomiche, in quanto test di screening.

Il G-test è indicato a tutte le donne in attesa che non vogliono esporsi al rischio di interrompere la propria gravidanza e a coloro le quali preferiscono accedere alla diagnosi prenatale di tipo invasivo solo nel caso in cui il calcolo del rischio suggerisca di procedere in tal senso.