Sindrome di Down

Molte mamme in attesa decidono di sottoporsi a metodiche di diagnosi prenatale di diversa natura e invasività per conoscere lo stato di salute del proprio bambino.
Queste indagini consentono di verificare la presenza di diverse anomalie dell’assetto cromosomico e del materiale genetico; tra queste le più frequenti sono le trisomie del cromosoma 21 (Sindrome di Down), del cromosoma 18 (Sindrome di Edwards) e del cromosoma 13 (Sindrome di Patau).

SINDROME DI DOWN (TRISOMIA 21)
La Sindrome di Down (definita anche Trisomia 21) è una condizione genetica causata da un difetto del corredo cromosomico: la presenza di una terza copia del cromosoma 21, e quindi un pannello cromosomico formato complessivamente da 47 elementi anziché dai 46 costituenti il normale assetto di un individuo sano, è alla base di questa condizione.
La sindrome di Down è la più comune anomalia cromosomica nell’uomo: in Italia la sua incidenza è pari a un caso ogni 700-1.000 nati vivi ma questo valore si abbassa a circa 1 caso su 200 se si considera la complessità dei concepimenti che portano questa alterazione; non esistono distinzioni legate all’etnia di appartenenza o al sesso e, in generale, la sua incidenza si mantiene costante nelle diverse popolazioni, nel tempo e nello spazio.
Non sono note le cause che determinano l’insorgenza di questa malattia: è comunque universalmente riconosciuto che un’età materna avanzata rappresenti un importante fattore predisponente.
Gli individui con Sindrome di Down mostrano anomalie anatomiche caratteristiche e una disabilità caratterizzata da un grado variabile di ritardo nello sviluppo mentale, fisico e motorio.
Da un punto di vista fisico i principali caratteri distintivi sono gli occhi a mandorla, il viso piatto, la bocca e le orecchie piccole, il collo ampio e corto, la lingua grossa e sporgente, la statura bassa, le mani e i piedi piccoli.
A questo si aggiunge la disfunzione di molti organi e apparati: la vista e l’udito sono compromessi, il tono muscolare è scarso, il metabolismo è rallentato, sono frequenti problemi cardiaci, dentari e di ipotiroidismo.
La disabilità intellettiva del soggetto con Sindrome di Down si esprime a livello cognitivo, comunicativo e linguistico (problemi di apprendimento, memoria, comunicazione verbale) con un livello di gravità che nella maggior parte dei casi risulta lieve o moderato.
In genere il bambino con Sindrome di Down riesce a recuperare in parte il ritardo che lo caratterizza attraverso un percorso di riabilitazione specifico che deve attivarsi il prima possibile.
Oggi le aspettative di vita sono aumentate in maniera significativa rispetto al passato: un individuo con Sindrome di Down può vivere fino a 60 anni, anche se manifesta un invecchiamento precoce e un elevato rischio di sviluppare demenza senile.
Oggi una mamma in attesa che ha intenzione di conoscere lo stato di salute del proprio bambino può scegliere di sottoporsi a una metodica di analisi prenatale non invasiva come il G-test, che offre elevata attendibilità e totale assenza di rischio per la salute propria e del feto.
Il G-test, test di analisi prenatale di ultima generazione, permette di valutare il rischio che il feto presenti le principali anomalie cromosomiche attraverso un semplice prelievo di sangue materno.
Nel caso della Trisomia 21 il livello di affidabilità che questo esame possiede supera il 99%.

Nuove disposizioni in materia di conservazione delle cellule staminali del cordone ombelicale.

Con il Decreto del Ministero della Salute del 22 aprile 2014, pubblicato lo scorso 16 giugno sulla Gazzetta Ufficiale, è stata ampliata la lista delle patologie per il cui trattamento è indicato l’utilizzo delle cellule staminali derivanti dal sangue di origine cordonale.
Il decreto 22 aprile 2014 modifica e integra dunque il precedente Decreto 18 novembre 2009, che riporta le “disposizioni in materia di conservazione di cellule staminali da sangue del cordone ombelicale per uso autologo e dedicato”.
Con questa integrazione 3 nuove patologie - Sindrome di Down, Neurofibromatosi di tipo I, Immunodeficienze acquisite – sono state inserite nel precedente elenco, portando quindi a quasi 90 il numero delle malattie per le quali è riconosciuta la validità della conservazione autologa di sangue da cordone ombelicale o della conservazione dedicata (questa modalità di conservazione, lo ricordiamo, è consentita nei casi in cui il neonato o un suo consanguineo presenti alla nascita una patologia per la quale è scientificamente approvato l’utilizzo delle cellule staminali cordonali o nei casi di famiglie a rischio di avere figli affetti da malattie geneticamente determinate).
Il recente ampliamento documentato con il nuovo Decreto è dovuto al fatto che i pazienti affetti dalle tre patologie sopraelencate sono ad alto rischio di sviluppare neoplasie nel corso della vita.
Nello specifico, la Neurofibromatosi di tipo I è una malattia genetica causata da una mutazione che coinvolge il gene NF1; la malattia colpisce il sistema nervoso e cutaneo, portando allo sviluppo di macchie cutanee nei primi anni di vita e alla successiva comparsa di neurofibromi, cioè masse tumorali in varie parti del corpo. Le eventuali complicazioni della malattia possono inoltre portare allo sviluppo di tumori a livello di ossa, nervo ottico, cervello e surrene, nonché a ritardo mentale, convulsioni, etc…
La Sindrome di Down è una malattie genetica causata dalla trisomia del cromosoma 21, vale a dire dalla presenza di una copia sovrannumeraria del cromosoma 21 rispetto all’assetto cromosomico normale (2 copie per ognuno dei 23 cromosomi esistenti).
I soggetti affetti presentano diverse anomalie anatomiche, problemi cognitivi e di linguaggio, problemi cardiaci, metabolici, disturbi alla vista e all’udito e mostrano un aumentato rischio di sviluppare tumori ematologici (in particolare leucemie).
Le immunodeficienze acquisite sono un gruppo di malattie a carico del sistema immunitario nelle quali il problema immunologico è secondario a svariate malattie o condizioni: neoplasie, malattie autoimmuni, chemioterapia e/o radioterapia, malnutrizione, assunzioni di farmaci immunosoppressivi.Chi soffre di immunodeficienze acquisite presenta un’aumentata sensibilità alle infezioni e una predisposizione all’insorgenza di alcuni tipi di neoplasie.
Bioscience Institute, criobanca che si occupa della conservazione autologa del sangue del cordone ombelicale, con entusiasmo ha preso atto delle nuove disposizioni ministeriali, che sottolineano il valore e il potenziale delle cellule staminali del cordone ombelicale.

IL G-test, metodica di analisi prenatale di ultima generazione, promette di cambiare il panorama della diagnostica prenatale.

Oggi, nell’ambito della diagnostica prenatale, è possibile avvalersi di un esame di ultima generazione, il G-test, che basandosi su metodiche non invasive fornisce con estrema affidabilità il rischio che il feto presenti importanti alterazioni cromosomiche.
Il G-test nasce dalla collaborazione tra Bioscience Institute e BGI-Health, azienda in forte espansione che vanta la partecipazione, in misura dell’1%, al sequenziamento del genoma umano, e in misura del 10% al successivo progetto HapMap, un progetto di ricerca internazionale finalizzato a identificare i geni associati alle più comuni malattie umane.
La validazione clinica del G-test è stata eseguita su un campione di 11.105 donne di età gestazionale compresa tra le 9 e le 28 settimane: l’analisi dei dati raccolti nell’arco di 2 anni ha evidenziato che il test vanta la massima affidabilità nell’individuazione del rischio associato alle più comuni patologie fetali, mostrando valori di sensibilità e di specificità pari al 100% e al 99.96% rispettivamente.
Ad oggi, BGI presenta uno storico di 211.883 campioni analizzati (dati aggiornati al 10/11/2013), per i quali rimane invariata l’attendibilità di questo esame.
A partire dall’anno 2013, in cui Bioscience Institute ha introdotto il G-test sul mercato italiano, il 4% circa delle analisi effettuate ha evidenziato una gestazione “ad alto rischio” di patologie fetali.
Nell’ambito di questa coorte di casi il 50% ha mostrato un alto rischio per la Trisomia 21 (Sindrome di Down), il 34% circa per la Sindrome di Turner (o Sindrome X0) e il restante 16% un alto rischio per la Trisomia 18 (Sindrome di Edwards).
Questi dati hanno trovato conferma in successivi approfondimenti diagnostici di tipo invasivo: ad esclusione dei casi di Trisomia 18, che sono evoluti in aborti spontanei (la sindrome di Edwards è in genere incompatibile con il proseguimento della gravidanza), in tutti gli altri casi la condizione di “alto rischio” evidenziata dal G-test è stata successivamente convalidata da amniocentesi.
I dati sovraesposti confermano l’attendibilità di questo tipo di indagine e sottolineano ancora una volta il valore del G-test: identificare le gravidanze ad alto rischio delle più comuni malformazioni genetiche fetali, per le quali sarà necessario procedere con accertamenti di tipo invasivo.
L’esecuzione del G-test nel primo trimestre di gestazione permette quindi di ridurre il ricorso alle indagini prenatali invasive e di abbattere la percentuale di aborti spontanei , attualmente pari allo 0.5-1%, legati alla invasività della procedura di prelievo.
Quali gli altri punti di forza del G-test?
E’ indolore e totalmente sicuro per la salute della mamma e del bambino, poiché si effettua attraverso un semplice prelievo di sangue.
Può essere eseguito a partire dalla 10°settimana di gestazione, quindi in una fase della gravidanza ancora iniziale: questa tempistica permette alla coppia di futuri genitori di valutare serenamente come proseguire la gravidanza, senza l’obbligo di prendere decisioni affrettate.
Il G-test valuta il rischio di avere un feto affetto da Trisomia 21, 18 o 13, dalle aneuploidie dei cromosomi sessuali (X0, XXY, XYY, XXX) e da alcune microdelezioni cromosomiche (Sindrome du Cri du Chat, Sindrome da microdelezione 1p36, Sindrome da microdelezione 2p33.1), ovvero dalle patologie fetali più comuni, la cui frequenza nella popolazione giustifica il ricorso alla indagini prenatali.
Infine, il G-test consente di avere informazioni sul sesso del nascituro già alla 10° settimana di gestazione.

Il G-test : cos’e’

Il G-test è una metodica di analisi prenatale di ultima generazione che permette di calcolare il rischio di avere un feto affetto da alcune alterazioni genetiche causa di patologie di differente gravità.
Fino a poco tempo fa la diagnosi prenatale si è basata quasi esclusivamente su metodiche invasive (villocentesi, amniocentesi) per le quali il prelievo di materiale biologico finalizzato all’analisi dell’assetto cromosomico fetale comporta un rischio per la salute del bambino.
I notevoli progressi ottenuti negli ultimi anni in ambito biomedico hanno permesso di elaborare nuove tecnologie in grado di valutare con estrema accuratezza il rischio che una gravidanza possa presentare anomalie genetiche, senza pregiudicare il corretto proseguimento della gravidanza stessa.
Il G-test valuta il rischio di presenza delle più comuni trisomie: la trisomia 21 o Sindrome di Down, la trisomia 18 o Sindrome di Edwards e la trisomia 13 o Sindrome di Patau.
Con questo esame è inoltre possibile rilevare il rischio di aneuploidie dei cromosomi sessuali e di tre microdelezioni (Sindrome du Cri du Chat, Sindrome da microdelezione 1p36, Sindrome da microdelezione 2p33.1), cioè anomalie nel numero o nella struttura dei cromosomi rispettivamente che determinano patologie di entità variabile.
La metodologia alla base del G-test consiste nell’analisi del DNA di origine fetale, materiale presente in forma libera, cioè non associata a cellule, all’interno del sangue materno.
Per eseguire questo esame di screening è sufficiente che la futura mamma esegua un semplice prelievo di sangue venoso, effettuabile tra la 10° e la 24° settimana di gestazione.
I vantaggi legati all’esecuzione di questo esame sono molteplici:

  •  il test non comporta alcun rischio abortivo e non pregiudica in alcun modo la salute della gestante
  •  presenta un’affidabilità superiore al 99.9%
  •  è semplice e rapido
  •  è raccomandato dalla National Society of Genetic Counselors in caso di gravidanze a rischio per alcune anomalie cromosomiche, in quanto test di screening.

Il G-test è indicato a tutte le donne in attesa che non vogliono esporsi al rischio di interrompere la propria gravidanza e a coloro le quali preferiscono accedere alla diagnosi prenatale di tipo invasivo solo nel caso in cui il calcolo del rischio suggerisca di procedere in tal senso.

Diagnosi prenatale:Tri e bi-test

Diagnosi prenatale: il bi-test e il tri-test

Cos’è il tri-test

Il tri-test  è un test di screening (non è un vero e proprio esame diagnostico) che fornisce la probabilità che il feto presenti anomalie cromosomiche o difetti del tubo neurale.

Il tri-test non dà un’informazione realistica della presenza di alterazioni genetiche fetali ma quantifica il rischio che queste alterazioni possano essere presenti.

Quando si effettua il tri-test

L’esame si effettua tra la 14°e la 18° settimana di gestazione attraverso un semplice prelievo di sangue materno: è indolore, non invasivo e, soprattutto non apporta alcun rischio all’incolumità del bambino.

Quali sostanze vengono analizzate sul campione di sangue nel tri-test

Sul campione di sangue viene eseguita un’analisi biochimica che quantifica la concentrazione sierica di tre marcatori:

  • Alfafetoproteina
  • Estriolo non coniugato
  • Gonadotropina corionica umana

La concentrazione di queste sostanze di origine feto-placentare in relazione all’età gestazionale è indicativa della presenza di patologie quali la Sindrome di Down (trisomia del cromosoma 21).

Elaborazione della percentuale di rischio nel tri-test

Il medico elabora la percentuale di rischio mettendo in relazione una serie di informazioni:

  • dato di laboratorio
  • età materna
  • informazioni riportate sulla scheda che la mamma compila al momento del prelievo (condizioni generali di salute, razza, peso, fumo, ecc…)

Nel caso in cui il valore di probabilità sia elevato è raccomandabile che la mamma esegua esami di approfondimento quali:

  • villocentesi
  • amniocentesi

Affidabilità del tri-test

Il grado di affidabilità nell’identificare le gestanti a rischio di avere un feto affetto da malattia cromosomica non è completo: questo esame infatti evidenzia la presenza della sindrome di Down nel 60-70% dei casi; è maggiore invece il livello di affidabilità per malformazioni congenite come la spina bifida e le anencefalie, che vengono riconosciute nella quasi totalità dei casi.

Cos’è il bi-test

Un esame più affidabile e di più precoce esecuzione è il bi-test: si tratta di uno screening combinato che si effettua tra la 11° e la 13° settimana di gestazione in cui il calcolo del rischio si esegue associando i risultati provenienti da due differenti analisi:

  • analisi del sangue materno, volta a eseguire il dosaggio di due ormoni placentari (beta-hCG e PAPP-A)
  • esame ecografico della plica nucale (translucenza nucale) che misura lo spessore della raccolta di liquido presente a livello della nuca fetale nel primo trimestre di gravidanza.

L’elaborazione di questi valori con le informazioni relative al quadro anamnestico materno, produce un risultato che, per la Sindrome di Down, esprime un livello di affidabilità del 90%.

Qualora non siano presenti casi di anomalie congenite familiari per cui è opportuno orientarsi sull’esecuzione di una indagine più approfondita , il test combinato si pone come un valido strumento che offre alla mamma in attesa un’informazione precoce relativa allo stato di salute del suo bambino senza esporlo ad alcun rischio legato alla invasività della procedura.

Sindrome di Down

Sindrome di Down

La Sindrome di Down (definita anche Trisomia 21) è una malattia congenita causata da un difetto del corredo cromosomico: la presenza di tre cromosomi 21 (cioè la presenza di un cromosoma 21 in più rispetto all’assetto normale) porta allo sviluppo di questa patologia.
Le cause che la determinano non sono state ancora chiarite: sicuramente un’età materna avanzata rappresenta un fattore predisponente.
La Sindrome di Down coinvolge tutte le etnie e si manifesta indistintamente in entrambi i sessi; la sua incidenza in Italia è pari a un caso ogni 700-1000 nati vivi.
I bambini con Sindrome di Down sono facilmente riconoscibili poiché possiedono connotati caratteristici:

  • occhi a mandorla
  • viso piatto
  • bocca e orecchie piccole
  • collo ampio
  • lingua grossa e sporgente

Presentano evidenti limiti nelle funzioni cognitive (linguaggio, apprendimento, memoria..) e nella comunicazione verbale.
Da un punto di vista fisico molte funzioni sono compromesse:

  • vista
  • udito
  • tono muscolare
  • funzioni metaboliche (metabolismo inferiore alla norma e ipotiroidismo)

sono inoltre frequenti problemi cardiaci e dentari.
Le aspettative di vita dei soggetti affetti da Sindrome di Down sono aumentate in maniera significativa rispetto al passato; inoltre sono numerose le opportunità di integrazione nell’ambito scolastico, nel mondo lavorativo e, in tanti aspetti della vita sociale.

Translucenza nucale

La translucenza nucale è l’analisi ecografica dello spessore della plica nucale, la raccolta di liquido che è presente nella regione della nuca del feto e che si osserva nel primo trimestre di gravidanza.

La translucenza nucale è quindi un’ecografia che si effettua tra la 11° e la 13° settimana di gestazione, e comunque non oltre la 14° settimana poichè la quantità di liquido tende fisiologicamente a diminuire, pertanto questo esame perde progressivamente il proprio significato.
Inoltre dopo questo momento il feto può assumere posizioni sfavorevoli che rendono difficile l’analisi da parte del ginecologo.

E’ stato osservato che lo spessore della plica aumenta  nel caso in cui il feto presenti anomalie cromosomiche, come la Sindrome di Down, o malformazioni congenite, come le malformazioni cardiache, che sono già presenti nel primo trimestre di gravidanza e che non sono rilevabili attraverso amniocentesi  o villocentesi.

Diagnosi prenatale: nuove frontiere

Nuove scoperte per fare diagnosi sul feto in gravidanza

Diagnosi prenatale dal sangue materno

Entusiasmanti prospettive si aprono nell’ambito della diagnosi genetica prenatale: i ricercatori della University of Washington hanno annunciato la possibilità di valutare la presenza di anomalie fetali attraverso un semplice prelievo di:

  • sangue materno 
  • associato ad un campione di saliva paterno

La scoperta che apre nuovi scenari nella diagnosi prenatale

E’ recente, infatti, la scoperta  che il sangue della futura mamma contiene, già dalle prime settimane di gestazione, circa il 10% di materiale genetico fetale, sotto forma di dna extracellulare fluttuante.
Sfruttando questa importante acquisizione, i ricercatori Jacob Kitzman e Matthew Snyder hanno messo a punto una metodica che esegue l’analisi dell’intero genoma fetale, evidenziando la presenza di malattie genetiche nel nascituro .
Attualmente, per ottenere le stesse informazioni, è necessario ricorrere a tecniche molto più invasive, la villocentesi e l’amniocentesi, che portano con sé il rischio, pari circa  all’1%, di interrompere la gravidanza.

La nuova metodica nella diagnosi prenatale: molte più malattie diagnosticate dal sangue materno

La nuova metodica nella diagnosi prenatale mostra un livello di accuratezza del 98%  e presenta potenzialità enormi legate al numero di alterazioni genetiche che possono essere analizzate.
I test tradizionali infatti evidenziano la presenza di un numero selezionato, per quanto ampio, di patologie; al contrario l’analisi dell’intera sequenza del genoma  estende la diagnosi ad un numero molto più amplificato di malattie.
La nuova metodica consente inoltre di trovare mutazioni specifiche del dna fetale, caratteristiche uniche del nascituro e non ereditate dai genitori che potrebbero essere correlate allo sviluppo di patologie;  ciò permetterà di delineare in tempi molto precoci il profilo genetico di ogni individuo.