Il DNA fetale libero e le tecniche di diagnosi prenatale non invasiva

La tecnica che sta alla base delle metodiche di diagnosi prenatale non invasiva (G-test) si basa sul sequenziamento del DNA fetale libero presente nel sangue materno a partire dalla 5° settimana di gestazione.
Ma che cos’è il DNA fetale libero?
Si tratta di piccoli frammenti del materiale genetico fetale, la cui presenza è stata individuata nel 1997, che prendono origine dal normale processo di ricambio delle cellule del trofoblasto (il trofoblasto è il tessuto che dà origine alla placenta e che nutre l’embrione nelle sue prime settimane di vita).
Come conseguenza di questa rottura alcuni frammenti di DNA si riversano nel circolo sanguigno materno, da cui possono essere facilmente recuperati attraverso un semplice prelievo di sangue.
Il DNA fetale si accumula nel sangue materno in modo progressivo e raggiunge la concentrazione massima del 40%; è a partire dalla 10° settimana di gestazione che la sua quantità (pari in media al 10%) è sufficiente da consentirne l’utilizzo a scopo diagnostico.
La presenza del DNA fetale nella circolazione sanguigna materna si esaurisce poche ore dopo il parto, poiché il materiale viene eliminato presumibilmente attraverso l’attività renale.
La possibilità di conoscere lo stato di salute del proprio bambino sfruttando un materiale reperibile così precocemente porta con sé un vantaggio temporale di notevole rilevanza perché permette alla coppia di futuri genitori di pianificare serenamente il proseguimento della propria gravidanza senza la necessità di prendere decisioni affrettate.

Sindrome di Down

Molte mamme in attesa decidono di sottoporsi a metodiche di diagnosi prenatale di diversa natura e invasività per conoscere lo stato di salute del proprio bambino.
Queste indagini consentono di verificare la presenza di diverse anomalie dell’assetto cromosomico e del materiale genetico; tra queste le più frequenti sono le trisomie del cromosoma 21 (Sindrome di Down), del cromosoma 18 (Sindrome di Edwards) e del cromosoma 13 (Sindrome di Patau).

SINDROME DI DOWN (TRISOMIA 21)
La Sindrome di Down (definita anche Trisomia 21) è una condizione genetica causata da un difetto del corredo cromosomico: la presenza di una terza copia del cromosoma 21, e quindi un pannello cromosomico formato complessivamente da 47 elementi anziché dai 46 costituenti il normale assetto di un individuo sano, è alla base di questa condizione.
La sindrome di Down è la più comune anomalia cromosomica nell’uomo: in Italia la sua incidenza è pari a un caso ogni 700-1.000 nati vivi ma questo valore si abbassa a circa 1 caso su 200 se si considera la complessità dei concepimenti che portano questa alterazione; non esistono distinzioni legate all’etnia di appartenenza o al sesso e, in generale, la sua incidenza si mantiene costante nelle diverse popolazioni, nel tempo e nello spazio.
Non sono note le cause che determinano l’insorgenza di questa malattia: è comunque universalmente riconosciuto che un’età materna avanzata rappresenti un importante fattore predisponente.
Gli individui con Sindrome di Down mostrano anomalie anatomiche caratteristiche e una disabilità caratterizzata da un grado variabile di ritardo nello sviluppo mentale, fisico e motorio.
Da un punto di vista fisico i principali caratteri distintivi sono gli occhi a mandorla, il viso piatto, la bocca e le orecchie piccole, il collo ampio e corto, la lingua grossa e sporgente, la statura bassa, le mani e i piedi piccoli.
A questo si aggiunge la disfunzione di molti organi e apparati: la vista e l’udito sono compromessi, il tono muscolare è scarso, il metabolismo è rallentato, sono frequenti problemi cardiaci, dentari e di ipotiroidismo.
La disabilità intellettiva del soggetto con Sindrome di Down si esprime a livello cognitivo, comunicativo e linguistico (problemi di apprendimento, memoria, comunicazione verbale) con un livello di gravità che nella maggior parte dei casi risulta lieve o moderato.
In genere il bambino con Sindrome di Down riesce a recuperare in parte il ritardo che lo caratterizza attraverso un percorso di riabilitazione specifico che deve attivarsi il prima possibile.
Oggi le aspettative di vita sono aumentate in maniera significativa rispetto al passato: un individuo con Sindrome di Down può vivere fino a 60 anni, anche se manifesta un invecchiamento precoce e un elevato rischio di sviluppare demenza senile.
Oggi una mamma in attesa che ha intenzione di conoscere lo stato di salute del proprio bambino può scegliere di sottoporsi a una metodica di analisi prenatale non invasiva come il G-test, che offre elevata attendibilità e totale assenza di rischio per la salute propria e del feto.
Il G-test, test di analisi prenatale di ultima generazione, permette di valutare il rischio che il feto presenti le principali anomalie cromosomiche attraverso un semplice prelievo di sangue materno.
Nel caso della Trisomia 21 il livello di affidabilità che questo esame possiede supera il 99%.

IL G-test, metodica di analisi prenatale di ultima generazione, promette di cambiare il panorama della diagnostica prenatale.

Oggi, nell’ambito della diagnostica prenatale, è possibile avvalersi di un esame di ultima generazione, il G-test, che basandosi su metodiche non invasive fornisce con estrema affidabilità il rischio che il feto presenti importanti alterazioni cromosomiche.
Il G-test nasce dalla collaborazione tra Bioscience Institute e BGI-Health, azienda in forte espansione che vanta la partecipazione, in misura dell’1%, al sequenziamento del genoma umano, e in misura del 10% al successivo progetto HapMap, un progetto di ricerca internazionale finalizzato a identificare i geni associati alle più comuni malattie umane.
La validazione clinica del G-test è stata eseguita su un campione di 11.105 donne di età gestazionale compresa tra le 9 e le 28 settimane: l’analisi dei dati raccolti nell’arco di 2 anni ha evidenziato che il test vanta la massima affidabilità nell’individuazione del rischio associato alle più comuni patologie fetali, mostrando valori di sensibilità e di specificità pari al 100% e al 99.96% rispettivamente.
Ad oggi, BGI presenta uno storico di 211.883 campioni analizzati (dati aggiornati al 10/11/2013), per i quali rimane invariata l’attendibilità di questo esame.
A partire dall’anno 2013, in cui Bioscience Institute ha introdotto il G-test sul mercato italiano, il 4% circa delle analisi effettuate ha evidenziato una gestazione “ad alto rischio” di patologie fetali.
Nell’ambito di questa coorte di casi il 50% ha mostrato un alto rischio per la Trisomia 21 (Sindrome di Down), il 34% circa per la Sindrome di Turner (o Sindrome X0) e il restante 16% un alto rischio per la Trisomia 18 (Sindrome di Edwards).
Questi dati hanno trovato conferma in successivi approfondimenti diagnostici di tipo invasivo: ad esclusione dei casi di Trisomia 18, che sono evoluti in aborti spontanei (la sindrome di Edwards è in genere incompatibile con il proseguimento della gravidanza), in tutti gli altri casi la condizione di “alto rischio” evidenziata dal G-test è stata successivamente convalidata da amniocentesi.
I dati sovraesposti confermano l’attendibilità di questo tipo di indagine e sottolineano ancora una volta il valore del G-test: identificare le gravidanze ad alto rischio delle più comuni malformazioni genetiche fetali, per le quali sarà necessario procedere con accertamenti di tipo invasivo.
L’esecuzione del G-test nel primo trimestre di gestazione permette quindi di ridurre il ricorso alle indagini prenatali invasive e di abbattere la percentuale di aborti spontanei , attualmente pari allo 0.5-1%, legati alla invasività della procedura di prelievo.
Quali gli altri punti di forza del G-test?
E’ indolore e totalmente sicuro per la salute della mamma e del bambino, poiché si effettua attraverso un semplice prelievo di sangue.
Può essere eseguito a partire dalla 10°settimana di gestazione, quindi in una fase della gravidanza ancora iniziale: questa tempistica permette alla coppia di futuri genitori di valutare serenamente come proseguire la gravidanza, senza l’obbligo di prendere decisioni affrettate.
Il G-test valuta il rischio di avere un feto affetto da Trisomia 21, 18 o 13, dalle aneuploidie dei cromosomi sessuali (X0, XXY, XYY, XXX) e da alcune microdelezioni cromosomiche (Sindrome du Cri du Chat, Sindrome da microdelezione 1p36, Sindrome da microdelezione 2p33.1), ovvero dalle patologie fetali più comuni, la cui frequenza nella popolazione giustifica il ricorso alla indagini prenatali.
Infine, il G-test consente di avere informazioni sul sesso del nascituro già alla 10° settimana di gestazione.