Malattie genetiche: l’analisi genetica della coppia

Quando eseguire l’analisi genetica della coppia (pic by Jsome1)

Nel caso in cui una coppia che desidera un figlio presenti una storia familiare caratterizzata da malattie genetiche quali:

è consigliabile intraprendere un’analisi genetica di coppia volta a evidenziare il rischio che il bambino sia affetto dalla stessa patologia.

E’ possibile infatti che i genitori siano portatori sani della malattia, cioè possiedano la mutazione genetica che la determina senza manifestarne alcun segno clinico.

Questa condizione identifica le malattie genetiche definite autosomiche recessive, che si manifestano solo nel caso in cui il difetto che causa la patologia è presente su entrambi i geni coinvolti; in questa condizione inoltre entrambi i genitori devono possedere l’errore genetico affinchè i figli ereditino la malattia.

L’analisi genetica di coppia ha lo scopo di verificare se i futuri genitori sono portatori asintomatici del gene mutato, e di calcolare il rischio che la patologia possa essere trasferita ai figli.

Una coppia di genitori portatori sani ha una probabilità su quattro (25%) di avere un figlio malato: se nella storia familiare di una coppia esistono casi di malattie ereditarie è dunque consigliabile ricorrere ad una consulenza genetica ed effettuare un’analisi genetica di coppia, possibilmente prima della gravidanza.

Non si tratta di una procedura invasiva, poichè richiede un semplice prelievo di sangue da parte di entrambi i genitori e permette di avere una risposta con un livello di affidabilità piuttosto elevato, superiore all’80%.

 

 

Diagnosi prenatale: ecografia morfologica

L’ecografia morfologica è un esame che permette di analizzare l’anatomia del feto

Quello con l’ecografia morfologica è l’appuntamento a cui, in genere, la mamma giunge con maggior attesa e coinvolgimento, poiché dà un’idea piuttosto completa dello stato di salute del suo bambino.

Questa ecografia, infatti, analizza in maniera approfondita e dettagliata la morfologia del feto; si esegue tra la 19° e la 22°settimana di gestazione, in un momento della gravidanza in cui, essendo già formati numerosi organi interni, è possibile verificare se esistono particolari malformazioni.

Inoltre in questa fase è ottimale il rapporto tra la grandezza del feto e il volume del liquido amniotico, e ciò facilita l’osservazione da parte del ginecologo.

Il principale obiettivo dell’ecografia morfologica è la valutazione dell’anatomia fetale: vengono misurati una serie di parametri i cui valori consentono di riconoscere, o di escludere, le patologie malformative maggiori.

E’ importante, pertanto, che la sua esecuzione sia affidata a un ecografista esperto.

I parametri che vengono valutati sono i seguenti:

  • estremo cefalico: forma del cranio, misura e morfologia del cervelletto, presenza di orbite, cristallini, solco nasolabiale.
  • torace: visualizzazione dei polmoni e del cuore
  • addome: circonferenza addominale, visualizzazione di stomaco, della parete addominale anteriore, di reni e vescica
  • arti: lunghezza del femore, visualizzazione delle ossa lunghe, visualizzazione di mani e piedi (è escluso il conteggio delle dita)
  • colonna vertebrale: scansione longitudinale della colonna

Nel caso in cui emerga il sospetto di una malformazione è raccomandato un approfondimento diagnostico, che si esegue attraverso l’analisi del liquido amniotico (amniocentesi, vedi qui).

Nel corso dell’ecografia morfologica viene inoltre valutata la localizzazione della placenta e viene quantificato il volume del liquido amniotico.

 

 

Diagnosi prenatale: Amniocentesi

Cos’è l’amniocentesi

L’amniocentesi è una forma invasiva di diagnosi prenatale: consiste nel prelievo di liquido amniotico dalla cavità uterina attraverso una puntura dell’addome materno che il ginecologo esegue sotto controllo ecografico.

Quando si esegue l’amniocentesi

L’amniocentesi si effettua tra la 15° e la 20° settimana di gestazione, quando la cavità amniotica ha raggiunto dimensioni sufficienti perché la pratica non costituisca un pericolo per il feto; come nel caso della villocentesi questa procedura, eseguita in assenza di anestesia, è affidata al medico esperto ed è associata ad un rischio di aborto compreso tra 0.2 e 0.5% .

Diagnosi prenatale: l’amniocentesi

Quando è consigliata l’amniocentesi

Le indicazioni per l’esecuzione dell’amniocentesi sono le stesse della villocentesi:

  • Età materna superiore a 35 anni
  • Presenza di alterazioni cromosomiche nei genitori
  • Storie famigliari di patologie genetiche
  • Alterazioni cromosomiche rilevate in precedenti gravidanze
  • Malformazioni fetali rilevate all’esame ecografico
  • Risultato positivo al test di screening biochimico
  • Aumentato spessore della translucenza nucale

In aggiunta a queste situazioni l’amniocentesi è raccomandata nei casi in cui la villocentesi, eseguita precedentemente, abbia evidenziato una condizione di mosaicismo, cioè una contaminazione del prelievo con tessuto extraembrionario di origine materna.
In relazione a questo aspetto l’amniocentesi rappresenta un esame più accurato rispetto alla villocentesi che fornisce però un dato più precoce e permette di prendere decisioni relative al proseguimento della gravidanza in un periodo in cui è minore il coinvolgimento emotivo da parte dei familiari.

Come si esegue l’amniocentesi: tre tipologie

L’amniocentesi può essere eseguita con tre diversi livelli di accuratezza:

  1. Amniocentesi tradizionale: esegue l’analisi dell’assetto cromosomico fetale (cariotipo) in relazione ad un pannello di anomalie cromosomiche abbastanza semplificato (trisomia del cromosoma 21 o Sindrome di Down,  trisomie dei cromosomi 13 e 18, monosomia del cromosoma X o Sindrome di Turner), che rappresenta le patologie con maggior frequenza.
  2. Amniocentesi molecolare: è un esame ad alta risoluzione del cariotipo fetale, che identifica non solo le alterazioni macroscopiche evidenziate con il cariotipo tradizionale (alterazioni del numero o della forma dei cromosomi), ma anche alterazioni di piccole dimensioni (microdelezioni e microduplicazioni cromosomiche). Permette inoltre di eseguire lo screening  su oltre 80 patologie cromosomiche non rilevabili con l’amniocentesi tradizionale (Sindrome di Angelman, Malattia del Cri-du-chat, Sindrome di Williams, Sindrome di Prader-Willi, ecc…).
  3. Amniocentesi genetica:  effettua non solo l’esame del cariotipo ma anche l’analisi del dna fetale, evidenziando le mutazioni che sono associate alle malattie genetiche più gravi e frequenti (fibrosi cistica, sindrome del cromosoma X-fragile, sordità congenita, distrofia muscolare di Duchenne-Becker…).

Diagnosi prenatale: Villocentesi

La villocentesi è un esame che consente la diagnosi prenatale di alcune patologie genetiche

La villocentesi, è la forma più precoce di diagnosi prenatale.

Come funziona la villocentesi

L’esame viene eseguito in assenza di anestesia dopo un controllo ecografico che ha lo scopo di verificare le condizioni di salute del feto e la sua posizione nel ventre materno, al fine di identificare il punto più idoneo in cui fare il prelievo. E’, ovviamente, una tecnica invasiva, in genere non dolorosa per la mamma ma con una percentuale di rischio abortivo che si stima intorno all’1% e che è associata alla manualità e all’esperienza dell’operatore.

La villocentesi consiste nel prelievo dei villi coriali dalla placenta della mamma in attesa: l’operazione viene eseguita dal ginecologo che, guidato dallo strumento ecografico, inserisce un ago nell’addome materno e asporta una piccola porzione di villi coriali, il tessuto che avvolge l’embrione e da cui prenderà origine la placenta.

Quando si esegue la villocentesi

L’esame viene eseguito tra la 10° e la 12° settimana di gestazione, non prima, per evitare danni al feto; questa tempistica permette ai futuri genitori di ricevere informazioni precoci sullo stato di salute del feto ed, eventualmente, di prendere decisioni relative al proseguimento della gravidanza in una fase in cui per legge è possibile procedere con la sua interruzione.

A chi viene proposta la villocentesi

La villocentesi viene proposta a donne giudicate ad alto rischio di anomalie cromosomiche ed è raccomandata nelle seguenti situazioni:

  • Età materna superiore ai 35 anni
  • Presenza di alterazioni cromosomiche nei genitori
  • Storie famigliari di patologie genetiche
  • Alterazioni cromosomiche rilevate in precedenti gravidanze
  • Malformazioni fetali rilevate all’esame ecografico
  • Risultato positivo al test di screening biochimico (tri-test, duo-test)
  • Aumentato spessore della translucenza nucale

La villocentesi può inoltre essere svolta per eseguire :

  • Accertamento di paternità
  • Ricerca di agenti infettivi virali o protozoari

L’analisi dei villi coriali permette di valutare l’assetto cromosomico fetale (analisi del cariotipo) e il dna fetale; il livello di accuratezza e il valore diagnostico dell’esame dipendono dal tipo di indagine che si decide di intraprendere.

Esistono tre tipologie diverse di villocentesi:

  1. Villocentesi tradizionale: è la forma di villocentesi più semplificata che fornisce informazioni relative alle principali anomalie cromosomiche riscontrabili nel feto (trisomia 21 ovvero Sindrome di Down, alterazioni numeriche dei cromosomi 13, 18, X e Y). Il suo valore diagnostico è, pertanto, limitato.
  2. Villocentesi molecolare: è la forma di villocentesi più completa, che analizza tutte le alterazioni del numero di cromosomi consentendo di eseguire lo screening di oltre 80 malattie cromosomiche, non rilevabili mediante cariotipo tradizionale.
  3. Villocentesi genetica: oltre a eseguire uno studio dell’assetto cromosomico (analisi del cariotipo), analizza il dna fetale, valutando la presenza di mutazioni associate alle più frequenti malattie a trasmissione genetica.

In genere, lo screening del dna fetale è volto alla diagnosi delle seguenti patologie:

 

Diagnosi prenatale: nuove frontiere

Nuove scoperte per fare diagnosi sul feto in gravidanza

Diagnosi prenatale dal sangue materno

Entusiasmanti prospettive si aprono nell’ambito della diagnosi genetica prenatale: i ricercatori della University of Washington hanno annunciato la possibilità di valutare la presenza di anomalie fetali attraverso un semplice prelievo di:

  • sangue materno 
  • associato ad un campione di saliva paterno

La scoperta che apre nuovi scenari nella diagnosi prenatale

E’ recente, infatti, la scoperta  che il sangue della futura mamma contiene, già dalle prime settimane di gestazione, circa il 10% di materiale genetico fetale, sotto forma di dna extracellulare fluttuante.
Sfruttando questa importante acquisizione, i ricercatori Jacob Kitzman e Matthew Snyder hanno messo a punto una metodica che esegue l’analisi dell’intero genoma fetale, evidenziando la presenza di malattie genetiche nel nascituro .
Attualmente, per ottenere le stesse informazioni, è necessario ricorrere a tecniche molto più invasive, la villocentesi e l’amniocentesi, che portano con sé il rischio, pari circa  all’1%, di interrompere la gravidanza.

La nuova metodica nella diagnosi prenatale: molte più malattie diagnosticate dal sangue materno

La nuova metodica nella diagnosi prenatale mostra un livello di accuratezza del 98%  e presenta potenzialità enormi legate al numero di alterazioni genetiche che possono essere analizzate.
I test tradizionali infatti evidenziano la presenza di un numero selezionato, per quanto ampio, di patologie; al contrario l’analisi dell’intera sequenza del genoma  estende la diagnosi ad un numero molto più amplificato di malattie.
La nuova metodica consente inoltre di trovare mutazioni specifiche del dna fetale, caratteristiche uniche del nascituro e non ereditate dai genitori che potrebbero essere correlate allo sviluppo di patologie;  ciò permetterà di delineare in tempi molto precoci il profilo genetico di ogni individuo.