Eseguito il primo trapianto in Italia di cellule staminali ematopoietiche nel muscolo cardiaco

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La notizia risale allo scorso 13 e 14 luglio: per la prima volta, nel nostro paese, è stato eseguito un trapianto di cellule staminali ematopoietiche di tipo autologo direttamente nel muscolo cardiaco per il trattamento di due pazienti affetti da insufficienza cardiaca cronica.
Dopo un episodio non recente di infarto i due pazienti presentavano a livello della regione ventricolare la perdita della funzionalità cardiaca a causa della cicatrizzazione dei tessuti coinvolti, che ha comportato la necessità di seguire un’adeguata terapia farmacologica di compensazione.
Le cellule staminali sono state prelevate dal midollo osseo dei due pazienti e sono state opportunamente selezionate e manipolate per favorire il loro differenziamento in cellule cardiache.
Questo trapianto è il frutto della partecipazione dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona allo studio internazionale CHArRT 1, studio randomizzato, multicentrico, promosso dalla Mayo Clinic e dal OLVZ Center di Aast in Belgio.
L’Azienda Ospedaliera di Verona, l’unica a livello nazionale ad aver ottenuto dal Comitato di Etica l’autorizzazione a partecipare allo studio CHArRT 1, riferisce che i pazienti stanno rispondendo bene all’intervento.
Le considerazioni che derivano da questa notizia non possono che essere positive.
Il nuovo approccio terapeutico che si sta delineando promette di recuperare la funzione cardiaca attraverso la rigenerazione tissutale delle aree compromesse e quindi crea la prospettiva di un recupero clinico dei pazienti non raggiungibile attraverso la terapia farmacologica a cui sono normalmente sottoposti.
La limitata invasività rappresenta un punto di forza del protocollo: il trattamento con cellule staminali autologhe è stato realizzato attraverso l’iniezione intracardiaca del materiale passando attraverso l’aorta, senza necessità di anestesia generale.
La maggior invasività del processo è legato alla fase iniziale di raccolta del sangue midollare, che avviene attraverso aspirazione del materiale dalle ossa del bacino.
Questa “controindicazione“ potrà di certo essere eliminata con l’utilizzo di una fonte alternativa di cellule staminali, quale è il sangue del cordone ombelicale, che per ragioni anagrafiche non poteva essere a disposizione dei due pazienti arruolati nello studio.
Questa fonte di cellule staminali, che ha caratteristiche biologiche sovrapponibili a quelle presenti nel sangue midollare, è attualmente utilizzato, al pari di quest’ultimo, per il trattamento di oltre 80 patologie (malattie del sangue, tumori solidi, disordini del sistema immunitario e altro..) ed è attualmente utilizzato in numerosi progetti di medicina rigenerativa grazie all’enorme potenziale che ha dimostrato di possedere per il trattamento di disturbi cardiaci, neurologici e vascolari (paralisi cerebrale infantile, ischemia degli arti, ipossia cerebrale).

Cellule staminali autologhe per riparare la cornea: il successo è tutto italiano.

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Si chiama Holoclar ed è il primo farmaco al mondo a base di cellule staminali autologhe in grado di curare gravi lesioni della cornea.
E’ stato sviluppato a Modena dal team di ricercatori coordinato dalla Dott.ssa Graziella Pellegrini e dal Dott. Michele De Luca, docenti presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, che da anni condividono l’impegno e la passione per la medicina rigenerativa.
Il punto di partenza è una popolazione di cellule staminali che i ricercatori hanno scoperto risiedere nel limbus, una sottile regione localizzata tra la cornea, la membrana trasparente collocata al centro dell’occhio, e la congiuntiva, la membrana che riveste il bulbo oculare e la parte interna delle palpebre.
Queste cellule, opportunamente isolate dall’occhio del paziente, vengono coltivate in laboratorio e, nell’arco di alcune settimane, viene prodotto un tessuto che, trapiantato sulla superficie corneale danneggiata, è in grado di ricostituire le strutture lesionate da agenti chimici o fisici (ustioni, incidenti sul lavoro..) e di restituire la capacità visiva.
Sono sufficienti poche cellule per ottenere un risultato che non è altrimenti riproducibile in modo spontaneo nel paziente.
Oggi l’utilizzo clinico di Holoclar è stato approvato a livello europeo dall’Emea (Agenzia Europea del Farmaco) che lo ha riconosciuto come prodotto medicinale di terapia avanzata (ATMP) indicato per il trattamento della condizione definita limbal stem cell deficiency (LSCD), ovvero il deficit di cellule staminali corneali dovuto a precedenti episodi traumatici.
Si stima che in Europa il farmaco a base di cellule staminali possa essere somministrato annualmente a circa un migliaio di pazienti, con una percentuale di successo che è superiore all’80% e con la possibilità di trattare anche coloro che da diversi anni riportano i danni corneali.
Holoclar sarà prodotto nei laboratori di Holostem Terapie Avanzate, società di biotecnologie spin-off dell’Università di Modena e Reggio Emilia, di cui fa parte anche l’azienda farmaceutica Chiesi Farmaceutici.
I laboratori di produzione del farmaco sono localizzati presso il Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.

Cellule staminali mesenchimali prelevate dal midollo osseo per ricostituire tessuto polmonare : oggi è possibile.

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Lo ha dimostrato l’equipe medica dell’Istituto Europeo dei Tumori (IEO) di Milano che è intervenuta su un paziente di 42 anni il quale, a seguito della precedente asportazione di un polmone affetto da neoplasia, presentava una fistola polmonare post-chirurgica, ossia una ferita aperta localizzata tra il bronco e il cavo pleurico.
Fino ad oggi questo tipo di complicazione, che si può formare a causa dell’incompleta cicatrizzazione dei tessuti, era trattata in modo invasivo con successivi interventi riparativi che hanno un impatto piuttosto forte sui pazienti e spesso creano ripercussioni a lungo termine.

Oggi, per la prima volta, l’equipe coordinata dal Dott. Francesco Petrella, vicedirettore del dipartimento di chirurgia toracica dell’IEO, ha utilizzato una metodica mininvasiva basata sulla broncoscopia flessibile, una tecnica che consente di inoculare le cellule staminali nella regione interessata dalla fistola con un livello di invasività notevolmente ridotto rispetto all’atto chirurgico.

Il risultato ottenuto presso l’Istituto milanese, pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine , è stato il frutto della collaborazione tra la Divisione di Chirurgia Toracica dell’IEO, la Cell Factory della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano dove le cellule staminali autologhe sono state estratte ed espanse in coltura e il Dipartimento di Medicina dell’Università degli Studi di Milano, sede quest’ultima dove si è realizzata la fase pre-clinica dello studio.
Le cellule staminali mesenchimali, prelevate dal midollo osseo dei pazienti stessi e posizionate nella fistola bronchiale, hanno la capacità di interagire con l’ambiente circostante (processo definito di crosstalk) stimolando la proliferazione dei fibroblasti, le cellule che attraverso la produzione di collagene inducono la cicatrizzazione delle ferite.
A distanza di 8 mesi dal trapianto di cellule staminali il paziente mostra buone condizioni di salute.
Il prossimo obiettivo dell’equipe milanese è il passaggio alle fase clinica, attraverso lo sviluppo di un protocollo sperimentale di fase 1 che possa prevedere di applicare la stessa metodologia anche in altri distretti corporei.

Dalle cellule staminali ematopoietiche del midollo osseo nasce la speranza per la cura della sclerosi multipla

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Dagli Stati Uniti, in particolare dall’Istituto St. Luke’s Medical Center di Denver, arriva la speranza di trovare una cura per la sclerosi multipla (SM), una malattia neurodegenerativa cronica che coinvolge solo nel nostro paese circa 72.000 persone.
Ad oggi non esiste una cura efficace per la sclerosi multipla, ma solo trattamenti di tipo farmacologico che riescono a contenere la malattia riducendone la progressione e l’aggressività.
Lo studio sperimentale di fase 2 che è stato realizzato presso il St. Luke’s Medical Center ha trattato 24 pazienti affetti dalla forma più diffusa della malattia, la forma recidivante-remittente (SM-RR).
I pazienti sono stati sottoposti a trapianto di cellule staminali ematopoietiche autologhe, prelevate dal loro stesso midollo osseo, dopo essere stati sottoposti a un ciclo intensivo di chemioterapia e radioterapia.
Il trapianto di cellule staminali, che ha lo scopo di ricreare ex-novo l’ambiente midollare da cui prendono origine tutte le cellule mature del sangue, è finalizzato a sostituire gli elementi del sistema immunitario che nei soggetti con SM sono alterati e attaccano i tessuti dei pazienti stessi.
In questi pazienti infatti il sistema immunitario, che nel soggetto sano difende l’organismo da sostanze patogene, attacca i componenti del sistema nervoso centrale, in particolare le fibre di mielina che rivestono le cellule nervose, provocando lesioni che portano alla comparsa dei sintomi caratteristici (perdita di sensibilità, debolezza muscolare, difficoltà di movimento e di equilibrio, disturbi visivi..)
Il Dott. Richard Nash, primo autore dello studio, ha riportato con entusiasmo i risultati ottenuti e pubblicati online sulla rivista scientifica Jama Neurology  non sono stati osservati effetti tossici legati al trapianto, e a distanza di 3 anni dal trattamento la maggior parte dei pazienti arruolati non ha avuto ricadute e mostra un importante miglioramento delle funzioni neurologiche.
Questi risultati, seppur preliminari, rappresentano un ottimo punto di partenza per il trattamento non solo della sclerosi multipla, ma di diverse patologie determinate da un’alterata funzionalità del sistema immunitario.
Un augurio che Bioscience Institute si fa è che anche le cellule staminali ematopoietiche provenienti dal sangue del cordone ombelicale vengano utilizzate all’interno di studi sperimentali di questo tipo, se pensiamo che recentemente diversi gruppi di ricerca internazionali hanno sviluppato protocolli sperimentali che sfruttano le loro proprietà biologiche per il trattamento di malattie neurologiche quali la paralisi cerebrale, l’ictus, l’autismo.

La terapia genica: una speranza concreta per la cura di molte malattie pediatriche

Terapia Genica – Pic by Kevin Dooley

Si chiama terapia genica: è una delle scommesse più importanti della medicina che ha creato un nuovo approccio al trattamento di molte malattie di natura genetica.
La terapia genica si basa sulla correzione di un’informazione anomala presente nel nostro DNA che determina la comparsa di diverse patologie, di gravità variabile.
La sostituzione del gene alterato con un “gene terapeutico”, ossia con lo stesso precedentemente modificato e correttamente funzionante promette di trattare numerose malattie per le quali ad oggi non esisteva alcuna possibilità di cura.
Con questo obiettivo prosegue presso l’Istituto Tiget di Milano (Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica) la sperimentazione clinica coordinata dal Dott. Luigi Naldini, che con il suo gruppo di ricerca sta vincendo una scommessa iniziata qualche anno fa e finalizzata a sconfiggere due rare malattie genetiche dell’infanzia: la sindrome di Wiscott-Aldrich e la leucodistrofia metacromatica.
Il Dott. Luca Biasco, giovane medico ricercatore che lavora nel gruppo di ricerca coordinato dal Dott. Naldini, proprio ieri, in occasione del 56°Congresso della Società Americana di Ematologia (ASH), ha annunciato i progressi della ricerca scientifica in relazione al trattamento di bambini affetti da leucodistrofia metacromatica: la terapia sperimentale, basata sull’infusione di cellule staminali autologhe geneticamente modificate, ha portato non solo all’arresto della malattia ma addirittura alla regressione delle lesioni cerebrali che la malattia sviluppa nel tempo.
In questi pazienti si è osservato che le cellule staminali, dopo il trapianto, migrano nel cervello dove svolgono la propria funzione riparatrice.
Nel corso del suo intervento il Dott. Biasco ha sottolineato il valore delle sperimentazioni che si fondano sulla terapia genica ricordando il traguardo a cui si è approdati per il trattamento di pazienti pediatrici affetti da Ada-Scid, attraverso un percorso iniziato circa vent’ anni fa.
Grazie alla recente definizione di un accordo con la casa farmaceutica Glaxo Smith Kline sarà possibile correggere le cellule staminali dei cosiddetti “bambini bolla” (bambini che possedendo un sistema immunitario particolarmente compromesso sono costretti a vivere in ambienti completamente sterili che li isolano dal mondo circostante, per evitare il contatto con agenti infettivi), utilizzando un vettore virale che contiene una copia sana, correttamente funzionante, del gene ADA responsabile della malattia di Ada-Scid.
Mettendo a contatto le cellule staminali autologhe prelevate dal midollo osseo dei piccoli pazienti affetti da Ada-Scid con il vettore virale, queste cellule correggeranno l’informazione errata di cui sono portatrici e saranno successivamente trapiantate nei bambini.
Lo stesso tipo di “farmaco” viene applicato per il trattamento di bambini affetti dalla malattia di Wiscott-Aldrich, una forma di immunodeficienza che predispone a sviluppare emorragie, infezioni ricorrenti e che induce un aumentato rischio di tumori.
Il numero di pazienti arruolati nel protocollo sperimentale è in progressivo aumento.

1 Ottobre 2014: giornata mondiale della paralisi cerebrale infantile.

Mercoledì 1 Ottobre 2014 si celebrerà la giornata mondiale dedicata alla paralisi cerebrale infantile.
A distanza di qualche ora dall’evento l’annuncio che i due bambini italiani arruolati in uno studio sperimentale stanno rispondendo positivamente alla terapia rappresenta il miglior messaggio di speranza che si possa dare non solo alle famiglie che lottano contro questa malattia, ma a tutti coloro i quali ripongono la propria fiducia nelle potenzialità delle cellule staminali.
La sperimentazione in cui i due bambini di 4 e 8 anni sono stati arruolati (http://clinicaltrials.gov , NCT02231242) prevede il trapianto con cellule staminali autologhe derivanti dal midollo osseo, che vengono somministrate ai piccoli pazienti per via intratecale.
E’ una sperimentazione di fase 2 realizzata presso l’Hospital Universitario Dr. Jose E. Gonzales di Monterray (Mexico) e coordinata dal Dott. Consuelo Mancias-Guerra che si propone di valutare se l’infusione delle cellule staminali midollari è in grado di migliorare il quadro neurologico dei piccoli pazienti.
E’ importante ricordare che fino a poco tempo fa la paralisi cerebrale rappresentava un disturbo per il quale era possibile intervenire solo con un trattamento di natura riabilitativa, non terapeutica.
Negli ultimi anni sono stati elaborati una serie di studi sperimentali basati sull’utilizzo delle cellule staminali ematopoietiche provenienti sia dal midollo osseo che dal sangue periferico che dal sangue del cordone ombelicale; questi protocolli, anche se sono ancora legati ad un ambito sperimentale, si stanno delineando come una concreta opzione terapeutica per i bambini affetti da paralisi cerebrale e alimentano pertanto la speranza di trovare una cura a questa malattia.
In aggiunta a ciò, con piacere ricordiamo che qualche mese fa è stato annunciato che la bambina italiana di 5 anni, sottoposta all’infusione delle proprie cellule staminali di origine cordonale, conservate privatamente alla nascita, sta manifestando un importante recupero delle funzioni cognitive e motorie (http://clinicaltrials.gov, NCT01147653).
La paralisi cerebrale infantile è un disturbo neurologico che presenta un’incidenza pari a 2-3 bambini ogni 1000 nati vivi; la malattia è causata da un danno al sistema nervoso centrale che avviene nelle prime fasi del suo sviluppo, dalla gestazione ai primi due anni di vita del bambino.
Questa lesione determina la perdita di tessuto cerebrale e si manifesta attraverso disturbi permanenti nel movimento, nell’equilibrio, nell’apprendimento, nelle funzioni cognitive e sensoriali.
Ad oggi la paralisi cerebrale infantile rappresenta la prima causa di disabilità motoria in età pediatrica.

Le cellule staminali del cordone ombelicale per il trattamento della sindrome del cuore sinistro ipoplastico

( pic by IYLIAAA )

La sindrome del cuore sinistro ipoplastico (HLHS) è una cardiopatia congenita del neonato che rappresenta la più comune causa di morte per anomalie cardiache nel primo mese di vita.
Questo disturbo è causato dalla presenza di malformazioni di diversa entità a carico della parte sinistra del cuore e di altre strutture annesse (ventricolo, valvola mitrale, valvola aortica, prima parte dell’aorta): questa condizione, che il bambino riesce a tollerare nella vita intrauterina, deve essere trattata alla nascita con interventi immediati basati sulla ventilazione meccanica, sulla ossigenoterapia, sulla somministrazione di farmaci, e su vari interventi chirurgici di tipo ricostruttivo.
Un approccio nuovo, che si sta percorrendo presso il Duke University Medical Centre di Durham, in Carolina, consiste nell’ infusione di cellule staminali autologhe derivanti dal sangue del cordone ombelicale; questo studio sperimentale di fase 1 (vedi Clinical Trial NCT01445041) si propone di valutare la sicurezza e l’efficacia legate alla somministrazione delle cellule staminali in neonati nei quali durante la gravidanza è stata riconosciuta la presenza di questa cardiopatia.
Lo scopo di questo studio è duplice: non solo migliorare la funzionalità cardiaca, ma anche limitare i danni neurologici che spesso si manifestano nel bambino portatore di questa sindrome.
I neonati, attentamente selezionati nel corso della gravidanza, verranno suddivisi in due gruppi di studio: una parte riceverà un’unica infusione di cellule dopo la nascita, l’altra metà ripeterà il trattamento altre due volte, secondo tempistiche prestabilite.
Lo studio, tuttora in fase di reclutamento dei pazienti, arruolerà nel complesso 20 neonati e si completerà nel Settembre del 2015.
Il principale responsabile del progetto è il Dott. Charles M. Cotten, neonatologo presso il Duke University Medical Center di Durham.
Bioscience Institute, banca che conserva le cellule staminali del cordone ombelicale, crede fortemente nel valore di questo progetto, che si spera possa migliorare le prospettive terapeutiche dei bambini affetti da questa patologia.

Cellule staminali autologhe del midollo osseo: al via un nuovo studio per la cura dell’infarto.

Staminali autologhe contro l’infarto (pic by Bill Ward’s Brickpile)

BAMI (Bone Marrow Cells in Acute Myocardial Infarction), un breve acronimo per un grande progetto: oltre 3000 pazienti saranno arruolati in uno studio internazionale che coinvolgerà 11 paesi dell’Unione Europea, tra cui l’Italia, e che si propone di trapiantare cellule staminali autologhe, derivanti dal midollo osseo, nel cuore di pazienti infartuati, allo scopo di rigenerare i tessuti danneggiati e recuperare la piena funzione cardiaca.
L’infarto è un evento acuto causato dall’ostruzione di un’arteria coronarica: l’improvvisa carenza di ossigeno, non tollerata dal cuore, provoca la degenerazione irreversibile dei tessuti, che vengono sostituiti da tessuto cicatriziale e perdono definitivamente la propria funzione.
L’incidenza di questa patologia, che solo in Italia raggiunge 150.000 casi all’anno, spiega l’interesse della comunità scientifica a individuare strategie terapeutiche innovative finalizzate al recupero strutturale e funzionale dell’organo infartuato.

Il progetto BAMI si fonda su numerose evidenze scientifiche emerse negli ultimi anni nell’ambito della medicina rigenerativa, che hanno dimostrato la capacità delle cellule staminali autologhe di origine midollare di differenziare in cellule cardiache mature le quali colonizzano le regioni colpite da infarto e ricostituiscono nuovo tessuto.

Questo studio, finanziato dalla Commissione Europea, si propone di creare una metodica standardizzata, che dovrà essere adottata in modo universale, e che è relativa a tutte le fasi del progetto, dal prelievo di midollo osseo al trapianto delle cellule isolate.
L’obiettivo è duplice: non solo dimostrare la sicurezza e la fattibilità di questa pratica clinica, ma anche ridurre il tasso di mortalità post-infarto e il numero dei ricoveri successivi al primo episodio miocardico acuto.
Si stima infatti che ogni anno il numero di decessi legati a patologie cardiache successive a un precedente infarto sia pari al 13%, e che il 7% circa dei soggetti con precedente episodio miocardico acuto venga nuovamente ospedalizzato a causa dell’instaurarsi di complicanze.

Cellule staminali del cordone ombelicale e paralisi cerebrale: i risultati del primo trapianto sono positivi.

Trapianto staminali (pic by Tommo4074)

Lo scorso maggio è stato effettuato il primo trapianto di cellule staminali autologhe di origine cordonale su una bimba italiana affetta dalla nascita da Paralisi cerebrale.
Oggi, in un clima di speranza mista a precauzione, si raccolgono i primi successi legati a questa vicenda: a distanza di cinque mesi dal trapianto, la piccola paziente manifesta alcuni segni di miglioramento sia nelle capacità motorie che nel linguaggio.
Il trapianto è stato eseguito nell’ambito di uno studio sperimentale che fa capo alla Prof.ssa Joanne Kurtzberg, primario della Division of Pediatric Blood and Marrow Transplantation presso la Duke University di Durham, North Carolina.
Questo studio, per il quale è ancora attivo il reclutamento di nuovi pazienti, si propone di valutare l’efficacia legata alla somministrazione per via endovenosa di una singola dose di cellule staminali cordonali autologhe criopreservate alla nascita.
I primi risultati sono incoraggianti non solo limitatamente al caso della piccola paziente, ma soprattutto perché si delinea la possibilità di trattare con strumenti nuovi patologie fino ad ora non curabili, ma per le quali era previsto soltanto un supporto di tipo riabilitativo.
Il primo utilizzo del cordone ombelicale come fonte di cellule staminali risale al 1988, anno in cui un bambino affetto da Anemia di Fanconi ha ricevuto il sangue cordonale della sorella.
Da allora le applicazioni cliniche del sangue cordonale sono progressivamente aumentate: attualmente le cellule staminali del cordone ombelicale sono utilizzate per la cura di gravi malattie ematologiche (leucemie, linfomi, mielomi), di disordini del sistema immunitario, di insufficienze midollari, di errori congeniti del metabolismo (vedi Gazzetta Ufficiale, Serie Generale n. 303 del 31 dicembre 2009, Allegato1).
Parallelamente a questo utilizzo, che risulta consolidato, si stanno sviluppando una serie di studi sperimentali, tra cui quello sopracitato (fonte Clinical Trial NCT01147653), che allargano le potenzialità di utilizzo del cordone ombelicale e generano nuove speranze.

Leucodistrofia metacromatica e sindrome di Wiskott-Aldrich: una speranza di cura deriva dalle cellule staminali autologhe

Leucodistrofia metacromatica (Pic by sha_junglii)

Dopo anni di studi, iniziati da una intuizione di uno scienziato italiano, il dott. Luigi Naldini, la prestigiosa rivista scientifica Science pubblica i risultati di uno studio sperimentale che ha permesso di trattare con cellule staminali autologhe importanti patologie di natura genetica.
La sperimentazione clinica, che fa capo all’Istituto San Raffaele di Milano e che è stata sostenuta da Telethon, è iniziata 3 anni fa e ha arruolato 10 bambini affetti da leucodistrofia metacromatica e 6 colpiti da sindrome di Wiskott-Aldrich.
Si tratta di patologie genetiche gravi, non curabili con approcci terapeutici tradizionali, in cui un difetto dell’informazione genetica causa l’insufficiente produzione di specifiche proteine; nei soggetti colpiti da leucodistrofia metacromatica questa condizione determina l’instaurarsi di un processo neurodegenerativo progressivo e talvolta letale, nella Sindrome di Wiskott-Aldrich invece provoca uno stato di immunodepressione che porta a sviluppare emorragie frequenti, infezioni ricorrenti e aumentato rischio di tumori.
I piccoli pazienti sono stati sottoposti ad un prelievo di cellule staminali dal midollo osseo; le cellule sono state successivamente modificate attraverso l’introduzione della copia corretta del gene difettoso sfruttando come vettore un lentivirus che, privato del suo potenziale patogeno, è stato utilizzato per la sua notevole capacità infettiva.
I risultati relativi ai primi 6 sono incoraggianti: il trattamento è risultato sicuro ed efficace.
A distanza di tre anni dall’inizio della sperimentazione i bambini affetti da leucodistrofia metacromatica, che sono stati arruolati nella sperimentazione quando ancora la malattia non era clinicamente manifesta, non mostrano ancora i sintomi della patologia.
Allo stesso modo i primi 3 pazienti trattati con Sindrome di Wiskott-Aldrich hanno ritrovato la piena funzionalità del sistema immunitario e presentano buone condizioni di salute.
L’entusiasmo legato a questi primi risultati è notevole, non solo perché si concretizza la speranza di curare malattie gravi fino ad oggi non trattabili, ma soprattutto perché questi dati evidenziano come oggi sia possibile trattare con cellule staminali di origine autologa anche malattie di natura genetica.
Si amplificano, dunque, le potenzialità di utilizzo delle cellule staminali autologhe, che intersecano i confini della terapia genica e della terapia cellulare.
Questo aspetto dà un valore aggiunto alla scelta di tutti coloro i quali decidono di conservare privatamente le cellule staminali provenienti dal cordone ombelicale del proprio bambino: una scelta preventiva che può fornire una concreta possibilità terapeutica in relazione ad un numero di patologie in progressivo aumento.