Le Cellule staminali renali per lo studio e la cura di alcune malattie renali di natura genetica

Pic by Monica Palermo

E se vi dicessimo che all’interno delle urine sono presenti cellule staminali che possono essere sfruttate per la cura di malattie renali di natura genetica?
E’ proprio così, è stato infatti osservato che i pazienti pediatrici affetti da alcune malattie renali rilasciano nelle urine particolari cellule, chiamate “progenitori renali”, che opportunamente stimolate e coltivate in laboratorio danno origine alle cellule renali adulte, ossia le cellule mature che formano questo organo.
Il gruppo di ricerca dell’Ospedale Meyer di Firenze, coordinato dalla Dott.ssa Paola Romagnani, ha pensato di purificare queste cellule dalle urine dei pazienti, di moltiplicare il loro numero e di indurne la maturazione così da ottenere come prodotto finito cellule renali mature.
Le cellule così ottenute conservano le alterazioni genetiche dei progenitori staminali da cui derivano e per questo rappresentano un utile modello di studio che consentirà ai ricercatori di capire i meccanismi che stanno alla base della malattia.
Il punto di forza di questo progetto è la sua “plasticità”, ossia la possibilità di creare un modello di studio a misura di ogni bambino, proprio perché il suo punto di partenza è un materiale biologico che ha caratteristiche intrinseche uniche per ogni paziente.
Lo studio delle cellule renali così ottenute permetterà non solo di comprendere quali mutazioni genetiche stanno alla base della malattia, ma anche di individuare quale peso hanno sullo sviluppo della patologia alcuni particolari fattori ambientali.
Il gruppo di ricerca coordinato dalla Dott.ssa Romagnani fa capo al reparto di Nefrologia dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, una struttura di eccellenza nel campo della clinica pediatrica.
Il progetto sviluppato in questa sede è frutto di un lavoro durato oltre 3 anni, e di un impegno che è stato coronato con la pubblicazione sul Journal of the American Society of Nefrology, la più celebre rivista scientifica nel campo della nefrologia.

Ftalati e gravidanza: un binomio pericoloso

Ftalati e gravidanza. Pic by Paolo Margari

Ftalati e gravidanza: da alcuni anni sono in corso studi volti a individuare in che misura l’esposizione agli ftalati durante la dolce attesa possa essere nociva per il feto.
E’ già stato dimostrato che questa esposizione, valutata quantificando la concentrazione di ftalati nelle urine delle gestanti, provoca un ritardo nello sviluppo motorio e neurologico di bambini di 3 anni di età.
Ma cosa sono gli ftalati?
Sono composti chimici utilizzati come agenti plastificanti e come additivi in ambito cosmetico, e per questo motivo sono ampiamente diffusi nelle nostre case: i giocattoli per bambini, gli articoli per l’infanzia, gli shampoo, gli smalti per unghie, sono alcuni tra gli oggetti di uso comune che contengono ftalati.
E’ ampiamente dimostrato che gli ftalati hanno un effetto negativo sul nostro sistema endocrino, poiché alterano la normale produzione di alcuni ormoni, in particolare gli ormoni tiroidei e il testosterone, e risultano essere sostanze tossiche per la funzione riproduttiva.
Per questo motivo, a partire dall’anno 2005, è stato imposto a livello europeo il rigoroso controllo della presenza di ftalati nei giocattoli attraverso il sistema RAPEX (sistema comunitario di informazione rapida sui prodotti non alimentari) e il ritiro dal commercio di tutti gli articoli che hanno un contenuto di ftalati superiore allo 0.1%.
Recentemente, uno studio pubblicato sulla rivista scientifica PlosOne, ha ampliato le conoscenze su questo argomento valutando l’associazione tra l’esposizione agli ftalati nella vita prenatale e il quoziente intellettivo di bambini in età scolare.
Lo studio, realizzato presso il Columbia Center for Children’s Environmental Health (CCCEH) e coordinato dal Dott Robin Whyatt, ha analizzato un campione di oltre 300 bambini verificando che gli effetti negativi degli ftalati sono ancora riconoscibili all’età di 7 anni, ma con un impatto sullo sviluppo neurologico che è differente tra maschi e femmine.
Le bambine mostrano principalmente un deficit nelle facoltà legate alla memoria e al ragionamento, mentre i maschi risultano maggiormente compromessi nei processi di elaborazione mentale e nella comprensione verbale.

La terapia genica: una speranza concreta per la cura di molte malattie pediatriche

Terapia Genica – Pic by Kevin Dooley

Si chiama terapia genica: è una delle scommesse più importanti della medicina che ha creato un nuovo approccio al trattamento di molte malattie di natura genetica.
La terapia genica si basa sulla correzione di un’informazione anomala presente nel nostro DNA che determina la comparsa di diverse patologie, di gravità variabile.
La sostituzione del gene alterato con un “gene terapeutico”, ossia con lo stesso precedentemente modificato e correttamente funzionante promette di trattare numerose malattie per le quali ad oggi non esisteva alcuna possibilità di cura.
Con questo obiettivo prosegue presso l’Istituto Tiget di Milano (Istituto San Raffaele-Telethon per la terapia genica) la sperimentazione clinica coordinata dal Dott. Luigi Naldini, che con il suo gruppo di ricerca sta vincendo una scommessa iniziata qualche anno fa e finalizzata a sconfiggere due rare malattie genetiche dell’infanzia: la sindrome di Wiscott-Aldrich e la leucodistrofia metacromatica.
Il Dott. Luca Biasco, giovane medico ricercatore che lavora nel gruppo di ricerca coordinato dal Dott. Naldini, proprio ieri, in occasione del 56°Congresso della Società Americana di Ematologia (ASH), ha annunciato i progressi della ricerca scientifica in relazione al trattamento di bambini affetti da leucodistrofia metacromatica: la terapia sperimentale, basata sull’infusione di cellule staminali autologhe geneticamente modificate, ha portato non solo all’arresto della malattia ma addirittura alla regressione delle lesioni cerebrali che la malattia sviluppa nel tempo.
In questi pazienti si è osservato che le cellule staminali, dopo il trapianto, migrano nel cervello dove svolgono la propria funzione riparatrice.
Nel corso del suo intervento il Dott. Biasco ha sottolineato il valore delle sperimentazioni che si fondano sulla terapia genica ricordando il traguardo a cui si è approdati per il trattamento di pazienti pediatrici affetti da Ada-Scid, attraverso un percorso iniziato circa vent’ anni fa.
Grazie alla recente definizione di un accordo con la casa farmaceutica Glaxo Smith Kline sarà possibile correggere le cellule staminali dei cosiddetti “bambini bolla” (bambini che possedendo un sistema immunitario particolarmente compromesso sono costretti a vivere in ambienti completamente sterili che li isolano dal mondo circostante, per evitare il contatto con agenti infettivi), utilizzando un vettore virale che contiene una copia sana, correttamente funzionante, del gene ADA responsabile della malattia di Ada-Scid.
Mettendo a contatto le cellule staminali autologhe prelevate dal midollo osseo dei piccoli pazienti affetti da Ada-Scid con il vettore virale, queste cellule correggeranno l’informazione errata di cui sono portatrici e saranno successivamente trapiantate nei bambini.
Lo stesso tipo di “farmaco” viene applicato per il trattamento di bambini affetti dalla malattia di Wiscott-Aldrich, una forma di immunodeficienza che predispone a sviluppare emorragie, infezioni ricorrenti e che induce un aumentato rischio di tumori.
Il numero di pazienti arruolati nel protocollo sperimentale è in progressivo aumento.

I controlli della mamma nel periodo post-parto

Pic by Frank Black Noir

E’ finalmente arrivato il gran giorno e voi avete appena partorito il bambino più bello del mondo…e adesso?
Adesso inizia un periodo speciale, in cui imparate a conoscervi, consolidando una relazione iniziata nove mesi fa, e in cui esprimete pienamente l’accudimento nei confronti del neonato.
Nonostante siate assorbite dal nuovo ruolo di mamma, è importante non dimenticarsi di prendervi cura di voi stesse, anche perché il vostro benessere coincide inevitabilmente con quello del vostro bambino.
Il parto è un momento forte che ha un grosso impatto a livello fisico, e il corpo femminile ha bisogno di un po’ di tempo per recuperare il proprio equilibrio.
A cosa prestare attenzione quindi? Cosa succede al corpo femminile dopo il parto?
La cosa forse più evidente è il fenomeno definito lochiazione, cioè le perdite di sangue che inizialmente presentano un flusso abbondante, di colore rosso vivo e che gradualmente si riducono assumendo un colore giallo chiaro o trasparente, fino a esaurirsi in genere entro i primi 30 giorni dal parto.
Controllate che il flusso sia regolare e che non abbia un colore o un odore anomali, che possono indurre a sospettare la presenza di un’infezione.
E’ fisiologico avvertire contrazioni addominali, che sono più frequenti in caso di secondo parto e che sono dovute alla regressione dell’utero che nell’arco di circa quaranta giorni ritorna alle sue dimensioni originarie. Questi dolori, definiti morsi uterini, si avvertono particolarmente quando la mamma allatta, come conseguenza dell’azione dell’ormone ossitocina la cui produzione viene stimolata dalla suzione del neonato.
Non preoccupatevi, dunque, se la vostra pancia non torna subito alle dimensioni che aveva prima della gravidanza, il corpo femminile ha bisogno di tempo per riorganizzarsi.
Cercate di seguire un’alimentazione varia ed equilibrata che favorisca una normale attività intestinale e sforzatevi di bere molti liquidi, che aiutano ad avere una buona produzione di latte.
Tenete sotto controllo l’aspetto del vostro seno: se alla palpazione vi sembra di avvertire la presenza di indurimenti, accompagnati da arrossamento o calore, è molto probabile che si sia verificato un ingorgo mammario, cioè un ristagno di latte che in genere si manifesta nei primi giorni di allattamento.
Se si forma un ingorgo cercate di risolvere il problema il prima possibile, poiché se trascurato questo inconveniente può sfociare in mastite, una complicazione dolorosa per la mamma causata dalla proliferazione di germi nei dotti lattiferi.
Una buona regola da seguire è quella di mantenere una corretta igiene locale, prevenendo la formazione di lesioni cutanee che favoriscono l’ingresso di agenti infettivi.
Infine programmate una visita di controllo con il ginecologo a distanza di 40-60 giorni dal parto: questo appuntamento permetterà di controllare la corretta regressione uterina, lo stato della cicatrice che si è formata in seguito al parto cesareo o alla episiotomia, la tonicità del pavimento pelvico.
Ricordatevi che il pavimento pelvico è un tessuto che svolge un ruolo chiave non solo durante la gravidanza e il parto, ma nella vita quotidiana della donna, poiché partecipa attivamente alle funzioni di minzione e defecazione, mantiene in sede gli organi presenti nelle basse pelvi, contribuisce al coordinamento del corpo in movimento.
Concludendo, care mamme, godetevi questo periodo meraviglioso, cercando di non perdere di vista il vostro benessere ma senza pretendere troppo da voi stesse.

Il latte materno: da oggi è ancora più prezioso!

Risale a sette anni fa la scoperta che all’interno del latte materno sono presenti cellule staminali che il neonato riceve attraverso l’allattamento al seno.
La loro individuazione è frutto del lavoro di un gruppo di ricercatori della University of Western Australia, che in passato hanno sottolineato come queste cellule abbiano caratteristiche biologiche simili a quelle delle cellule embrionali, e per questo si ritiene di poterle utilizzare in campo clinico per il trattamento di patologie come il diabete, le malattie cardiache e le malattie neurodegenerative ( vedi post pubblicato in data 12/06/2012 ).
Oggi, in occasione del National Breastfeeding and Lactation Symposium recentemente tenutosi a Londra, il gruppo di ricerca australiano ha presentato i recenti risultati a cui è approdato, che documentano il percorso che le cellule staminali fanno dalla mamma al neonato attraverso il latte, e descrivono in quali organi si collocano per differenziarsi in cellule adulte.
La tecnica che hanno utilizzato è curiosa: modificare geneticamente le cellule staminali di femmine di topolini inserendo all’interno del loro DNA il gene tdTomato, che conferisce una colorazione rossa alle cellule dell’animale quando questo viene posto sotto luce fluorescente.
Osservando la progenie nata da questi animali i ricercatori, coordinati dalla Dott.ssa Foteini Hassiotou, hanno constatato che i topolini alla nascita non emettono alcuna fluorescenza, poiché non possiedono il gene modificato presente nel genitore.
Attraverso l’allattamento gli animali ricevono le cellule staminali della madre che vengono assorbite a livello intestinale e che si diffondono in vari distretti corporei mediante il circolo sanguigno.
Il gruppo di ricerca australiano ha tracciato questo percorso e, facendo un attento esame della progenie in età adulta, ha osservato la presenza di cellule fluorescenti mature nel pancreas, nel fegato e nel cervello, a testimonianza che le cellule staminali di origine materna diventano parte integrante di svariati tessuti e in questa sede si differenziano e si comportano come cellule funzionalmente attive.
Questa caratteristica potrà essere sfruttata in futuro per sviluppare nuovi approcci terapeutici finalizzati al trattamento di diverse patologie, utilizzando una fonte di cellule staminali che ha il vantaggio di essere molto facile da recuperare e priva di complicazioni di natura etica.
Concludendo, care future mamme, se siete ancora in dubbio se allattare al seno o meno, oggi vi diamo una motivazione in più!

Scoperta una nuova molecola che amplifica il numero di cellule staminali del cordone ombelicale.

Si chiama UM171 in onore all’Università di Montreal in cui è stato realizzato il progetto di ricerca che ha portato alla sua identificazione.
E’ una molecola di ultima generazione sviluppata grazie all’utilizzo di una nuova tipologia di bioreattori, in grado di promuovere l’espansione in coltura delle cellule staminali provenienti dal sangue del cordone ombelicale.
Da diversi anni il mondo della ricerca scientifica è impegnato nella realizzazione di protocolli finalizzati ad aumentare il numero di cellule staminali contenute in un’unità di sangue cordonale, così da potenziarne l’utilizzo e, di conseguenza, estendere l’accesso al trapianto ad un maggior numero di pazienti in attesa di essere sottoposti a questa terapia salvavita.
Il protocollo messo a punto dal gruppo di ricerca canadese coordinato dal Dott. Guy Sauvageau, ematologo presso l’Ospedale Maisonneuve-Rosemont di Montreal e ricercatore presso l’Institute for Research in Immunology and Cancer (IRIC) dell’Università di Montreal, ha dimostrato di poter aumentare di oltre 10 volte il contenuto di cellule staminali ematopoietiche presenti in un’unità di sangue cordonale.
Questa metodologia promette di avere un grosso impatto nella clinica dei trapianti e di dimostrarsi particolarmente utile per i pazienti di origine non caucasica, che avendo maggiori difficoltà a trovare donatori compatibili sono spesso esclusi da questa pratica clinica.
L’espansione ex-vivo delle cellule staminali permetterà inoltre di destinare al trapianto anche le unità di sangue cordonale che presentano un limitato contenuto cellulare, amplificando notevolmente la sua possibilità di utilizzo.
Le cellule staminali provenienti dal sangue del cordone ombelicale possiedono caratteristiche biologiche peculiari che offrono un importante vantaggio in ambito trapiantologico: in primo luogo manifestano una scarsa reattività immunologica, caratteristica che riduce in modo significativo il rischio di sviluppare reazioni avverse nel paziente in cui vengono trapiantate (ridotta Graft versus Host Disease o malattia del trapianto verso l’ospite).
Inoltre la loro particolare “immaturità biologica” ne consente l’utilizzo anche nei casi in cui non sia possibile ottenere una piena compatibilità donatore-ricevente (HLA matching), e pertanto avvicina al trapianto la quasi totalità dei pazienti affetti da patologie ematologiche.
Queste caratteristiche non sono presenti nelle cellule staminali ematopoietiche di origine midollare, che rappresentano la prima fonte di cellule staminali storicamente utilizzata il cui uso è accompagnato dal rischio di indurre complicazioni di diversa entità nel ricevente, a meno che non ci sia una totale compatibilità immunologica.
Lo studio realizzato dal gruppo di ricerca canadese e pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Science ha dimostrato che la molecola UM171 è in grado di indurre l’espansione ex-vivo di una particolare popolazione di cellule staminali di origine cordonale, definita LT-HSC (long term repopulating hematopoietic stem cells), capace di ricostituire a lungo termine tutti gli elementi maturi del sangue.
Il trapianto delle cellule staminali espanse in topi immunocompromessi ha portato alla rigenerazione del sistema ematopoietico dell’animale per almeno 30 settimane, e quindi alla ricostituzione delle filiere (linea linfoide e linea mieloide) da cui prenderanno origine tutte le cellule mature presenti nel sangue.
A breve verrà inaugurato un protocollo clinico che prevede l’espansione ex vivo delle cellule staminali cordonali presso il Centre of Excellence for Cellular Therapy dell’Ospedale Maisonneuve-Rosemont di Montreal; il materiale prodotto sarà utilizzato presso i centri trapianto delle città di Vancouver, Montreal e Quebec City.
I primi risultati sono attesi nel dicembre del 2015.

1 Ottobre 2014: giornata mondiale della paralisi cerebrale infantile.

Mercoledì 1 Ottobre 2014 si celebrerà la giornata mondiale dedicata alla paralisi cerebrale infantile.
A distanza di qualche ora dall’evento l’annuncio che i due bambini italiani arruolati in uno studio sperimentale stanno rispondendo positivamente alla terapia rappresenta il miglior messaggio di speranza che si possa dare non solo alle famiglie che lottano contro questa malattia, ma a tutti coloro i quali ripongono la propria fiducia nelle potenzialità delle cellule staminali.
La sperimentazione in cui i due bambini di 4 e 8 anni sono stati arruolati (http://clinicaltrials.gov , NCT02231242) prevede il trapianto con cellule staminali autologhe derivanti dal midollo osseo, che vengono somministrate ai piccoli pazienti per via intratecale.
E’ una sperimentazione di fase 2 realizzata presso l’Hospital Universitario Dr. Jose E. Gonzales di Monterray (Mexico) e coordinata dal Dott. Consuelo Mancias-Guerra che si propone di valutare se l’infusione delle cellule staminali midollari è in grado di migliorare il quadro neurologico dei piccoli pazienti.
E’ importante ricordare che fino a poco tempo fa la paralisi cerebrale rappresentava un disturbo per il quale era possibile intervenire solo con un trattamento di natura riabilitativa, non terapeutica.
Negli ultimi anni sono stati elaborati una serie di studi sperimentali basati sull’utilizzo delle cellule staminali ematopoietiche provenienti sia dal midollo osseo che dal sangue periferico che dal sangue del cordone ombelicale; questi protocolli, anche se sono ancora legati ad un ambito sperimentale, si stanno delineando come una concreta opzione terapeutica per i bambini affetti da paralisi cerebrale e alimentano pertanto la speranza di trovare una cura a questa malattia.
In aggiunta a ciò, con piacere ricordiamo che qualche mese fa è stato annunciato che la bambina italiana di 5 anni, sottoposta all’infusione delle proprie cellule staminali di origine cordonale, conservate privatamente alla nascita, sta manifestando un importante recupero delle funzioni cognitive e motorie (http://clinicaltrials.gov, NCT01147653).
La paralisi cerebrale infantile è un disturbo neurologico che presenta un’incidenza pari a 2-3 bambini ogni 1000 nati vivi; la malattia è causata da un danno al sistema nervoso centrale che avviene nelle prime fasi del suo sviluppo, dalla gestazione ai primi due anni di vita del bambino.
Questa lesione determina la perdita di tessuto cerebrale e si manifesta attraverso disturbi permanenti nel movimento, nell’equilibrio, nell’apprendimento, nelle funzioni cognitive e sensoriali.
Ad oggi la paralisi cerebrale infantile rappresenta la prima causa di disabilità motoria in età pediatrica.

Le cellule staminali del cordone ombelicale, la storia di Bailey

La storia di Bailey

La decisione di conservare privatamente il sangue del cordone ombelicale è una scelta che una famiglia compie a scopo preventivo, con la consapevolezza che, qualora nel corso della vita il nascituro o un suo familiare presenti un problema di salute, sarà possibile disporre nell’immediato di un prezioso patrimonio di cellule staminali da utilizzare a fini terapeutici.
E’ la stessa decisione che Rebecca Coates, mamma della piccola Bailey, prese durante la gravidanza: questa scelta ha fatto la differenza per la piccola, che è nata manifestando già dalle prime ore di vita i segni visibili di un episodio di ictus in utero causato dal distacco della placenta.
L’ictus colpì la parte sinistra dell’emisfero cerebrale, portando alla compromissione della parola e delle funzioni motorie; in questa situazione era fondamentale pensare a un percorso riabilitativo per il recupero, seppur parziale, delle funzioni compromesse.
Il passo successivo è stato il contatto con la Dott.ssa Joanne Kurtzberg, pediatra presso il Duke University Medical Center di Durham e pioniere nell’utilizzo delle cellule staminali di origine cordonale per il trattamento sperimentale di numerose patologie pediatriche.
Bailey ha ricevuto le proprie cellule staminali crioconservate alla nascita attraverso una semplice infusione intravenosa, nell’ambito di un progetto sperimentale; la conservazione di queste cellule è avvenuta presso una banca privata ed “ è costata meno del mio televisore”, afferma Rebecca.
Nei mesi a seguire la bambina ha manifestato diversi miglioramenti nelle capacità motorie e nel linguaggio, mostrando un livello di sviluppo in linea con quello che è normale aspettarsi in un bambino della stessa età.
Bailey continuerà a essere seguita dall’equipe medica della Dott.ssa Kurtzberg che, credendo fortemente nelle potenzialità delle cellule staminali di origine cordonale, sta aiutando altri bambini affetti da malattie di tipo neurologico.
E’ il caso della bambina italiana di 5 anni con paralisi cerebrale infantile, recentemente riportato dalla cronaca. La bimba è stata arruolata in un protocollo sperimentale coordinato dalla Dott.ssa Kurtzberg, che ha portato al notevole recupero delle funzioni cognitive e motorie della piccola paziente, parallelamente alla scomparsa delle lesioni cerebrali precedentemente documentate.

La conservazione del sangue del cordone ombelicale:per quanti anni e’ valida?

15, 20 o 30 anni…ma per quanto tempo è possibile mantenere congelate le cellule staminali derivanti dal sangue del cordone ombelicale?
L’unica risposta certa e affidabile è quella che ci viene fornita dalla letteratura scientifica, vale a dire da quell’insieme di pubblicazioni che riportano i risultati di tutti gli studi realizzati a livello internazionale dai più svariati gruppi di ricerca in campo medico e scientifico.
La risposta è 23 anni: questo è l’ultimo aggiornamento, frutto del lavoro di un gruppo di ricerca americano e supportato dal National Institute of Health (NIH).
Il congelamento di un’unità di sangue cordonale è un processo critico, che deve essere eseguito a regola d’arte affinchè le cellule in esso contenute mantengano inalterate le proprie caratteristiche biologiche e siano in grado di attecchire in caso di trapianto anche molti anni dopo la crioconservazione.
Nell’anno 2011 il gruppo di ricerca coordinato dal Dott. Hal E. Broxmeyer ha pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica Blood uno studio (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/21393480) in cui dimostra che è possibile mantenere congelate le cellule staminali per un periodo compreso tra 21 e 23,5 anni; è stato così prolungato il valore che fin ad oggi veniva considerato di riferimento, vale a dire 15 anni.
Il gruppo di ricerca americano ha analizzato 23 campioni di sangue cordonale che erano stati congelati da 21 a 23.5 anni prima relativamente ai seguenti parametri:

  •  numero di globuli bianchi (percentuale di recupero post-scongelamento)
  •  numero di cellule staminali ematopoietiche
  •  vitalità cellulare
  •  recupero della funzionalità dei linfociti T, la popolazione del sistema immunitario deputata alla difesa dell’organismo dall’attacco di agenti estranei.
  •  potenziale proliferativo e capacità di attecchimento ( valutata in un modello animale), ossia capacità di dare origine a una popolazione di cellule che ripopola il midollo osseo e ricostituisce la funzione di questo tessuto.

I dati emersi sono stati confrontati con quelli derivanti dalle analisi degli stessi campioni prima del loro congelamento, e con quelli ottenuti da analisi eseguite dopo 5, 10 e 15 anni di congelamento. I risultati sono stati brillanti e hanno permesso di estendere, dunque, la validità del periodo di conservazione.
Bioscience Institute (www.bioinst.com), Istituto che pratica la conservazione autologa nella Repubblica di San Marino, garantisce la conservazione del sangue cordonale per un periodo di 20 anni, in linea con quanto indicato dalla letteratura scientifica.

Le manovre di disostruzione pediatriche

Manovre di disostruzione pediatriche

Forse non tutti sanno che ogni anno, in Italia, circa 50 bambini perdono la vita per soffocamento da corpo estraneo.
Parti di giocattoli, palline, cibo , in particolare caramelle o alimenti non correttamente masticati..sono tanti gli oggetti che possono seriamente mettere in pericolo i nostri bambini.
In una situazione di estremo pericolo come quella che si crea a seguito dell’ingestione di un corpo estraneo l’esecuzione di una corretta manovra di disostruzione fa la differenza. In certi frangenti è importante non solo la tempestività con cui si interviene, ma soprattutto la correttezza delle manovre che vengono applicate: purtroppo, infatti, la maggior parte dei decessi per ostruzione delle vie aeree è causata dalla mancata preparazione del soccorritore che, seguendo il proprio istinto, complica maggiormente la situazione.
A questo proposito è fondamentale sapere che non bisogna mai prendere per i piedi un bambino ostruito o mettergli le dita in bocca: queste operazioni non solo non sono risolutive, ma mettono seriamente a rischio la sua vita.
Ognuno di noi può imparare le giuste manovre di disostruzione delle vie aeree: la Croce Rossa Italiana (http://www.cri.it/manovresalvavitapediatriche) organizza periodicamente incontri informativi e corsi formativi dedicati a genitori, baby sitter, insegnanti, e a chiunque sia a diretto contatto con soggetti in età pediatrica.
In particolare, il corso formativo è un incontro teorico-pratico in cui nell’arco di sole 2 ore, è possibile ricevere le principali nozioni relative alle manovre salvavita e passare così da soccorritore occasionale a soccorritore consapevole.
Il corso formativo segue le linee guida internazionali ILCOR (International Liason Committee On Resuscitation) e prevede l’esecuzione di esercitazioni pratiche su manichini per riprodurre le manovre su neonati e bambini.