Morbo di Parkinson: nuovo trial clinico a base di cellule staminali

Trial clinico Parkinson (pic by Elvert Barnes)

E’ in corso la prima sperimentazione clinica basata sulla somministrazione di cellule staminali mesenchimali autologhe per la cura della Paralisi Sopranucleare Progressiva (PSP), una forma di parkinsonismo particolarmente aggressiva che non presenta, ad oggi, alcuna possibilità di cura.
Le cellule mesenchimali sono cellule staminali multipotenti localizzate sia nel midollo osseo che nel tessuto cordonale le quali sono in grado di differenziarsi in cellule mature dando origine a tessuto nervoso, osseo, muscolare, a grasso e cartilagine.
I ricercatori ritengono che il principale contributo che queste cellule possono offrire nel contesto della sperimentazione clinica risieda nella loro capacità di produrre fattori di crescita specifici che inducono la rigenerazione dei tessuti lesi.
Lo studio è stato approvato dall’Istituto Superiore di Sanità e si propone, come primo obiettivo, di valutare la sicurezza e l’efficacia legata alla somministrazione delle cellule mesenchimali autologhe prelevate dal midollo osseo degli stessi pazienti e introdotte attraverso l’arteria femorale nelle regioni nervose interessate dalle lesioni.
Molte sono le aspettative riposte in questa prima sperimentazione, che si basa sulla collaborazione sinergica di tre realtà molto attive nel territorio milanese: il centro Parkinson ICP, che si occupa del reclutamento dei pazienti, la Fondazione IRCSS Cà Granda dell’Ospedale Maggiore Policlinico di Milano in cui avviene la manipolazione e successiva infusione delle cellule mesenchimali e il Reparto di Bioingegneria del Politecnico di Milano in cui verranno eseguite le valutazioni delle capacità motorie dei pazienti.
Questo primo studio pilota, a cui seguirà una seconda fase sperimentale, pone l’accento sul valore delle cellule staminali, che sono utilizzate in misura sempre maggiore per il trattamento di numerose patologie umane; in particolare l’impiego delle cellule staminali autologhe associa all’enorme potenziale differenziativo ampiamento documentato in letteratura il vantaggio di provenire dallo stesso paziente, e di evitare quindi complicazioni legate alla compatibilità tissutale.

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