Il progesterone in gravidanza

Pic by Ruby Lane Photography

Il progesterone è un ormone secreto dalle ghiandole surrenali, dall’ovaio e dalla placenta.
La sua azione sull’apparato riproduttivo femminile si esprime già nelle primissime fasi della gravidanza, subito dopo il concepimento, quando l’uovo fecondato non ha ancora preso contatto con l’utero che lo “ospiterà” nel corso dei mesi successivi.
In effetti il suo ruolo è quello di preparare un ambiente favorevole al successivo impianto dell’embrione, stimolando le tube e l’utero ad intensificare la produzione di secrezioni mucose che nutrono l’ovulo in questi primissimi stadi di sviluppo.
A riprova di questa importante funzione il progesterone viene normalmente somministrato in tutti i casi di gravidanze a rischio e nelle donne sottoposte a trattamenti di procreazione assistita che producono bassi livelli di questo ormone.
Un altro importante ruolo consiste nel rilassamento della muscolatura uterina, finalizzato a evitare la precoce comparsa di contrazioni che potrebbero portare a minacce d’aborto.
Anche l’intestino risente della sua azione: il rilassamento della muscolatura intestinale consente a questo organo di assorbire una maggior quantità di sostanze nutritive, anche se al tempo stesso può determinare la comparsa di stitichezza, un effetto collaterale piuttosto comune durante la gravidanza.
Il progesterone influisce anche sulla ghiandola mammaria, favorendo lo sviluppo degli acini ghiandolari o alveoli, strutture localizzate alla base del seno responsabili della produzione del latte. Questa azione determina un inturgidimento del seno.
Tra gli altri effetti, infine, il progesterone provoca un lieve innalzamento della temperatura corporea e può indurre il reflusso gastroesofageo a causa del rilassamento dello sfintere collocato tra esofago e stomaco.
La produzione di progesterone varia durante la gravidanza: nei primi mesi di gestazione è rilasciato in grandi quantità dalla placenta allo scopo di creare le condizioni ottimali per il corretto annidamento e sviluppo dell’embrione; successivamente i livelli di questo ormone diminuiscono, parallelamente all’aumento dei livelli di estrogeni: questo cambiamento ha lo scopo di favorire la contrattilità dell’utero, che deve prepararsi al parto.

Il trattamento della atrofia muscolare spinale con le cellule staminali adulte.

sma e metodo stamina (Pic by Yellow.Cat)

Lo scorso autunno la vicenda di Celeste Carrer ha diviso l’opinione pubblica: la bimba di 2 anni, affetta da SMA1, ha visto interrompere le cure a base di cellule staminali prelevate dal midollo osseo della madre in seguito all’ordinanza del Ministero della Salute e dell’ AIFA (Agenzia Italiana del Farmaco) che hanno considerato non sicuro il trattamento sperimentale a cui la bambina era sottoposta presso gli Spedali Civili di Brescia.
Celeste è riuscita a proseguire le cure grazie all’intervento del Tribunale del Lavoro di Venezia che ha imposto il proseguimento della terapia in quanto cura compassionevole.
La SMA1 è la più grave forma di atrofia muscolare spinale, una malattia degenerativa che determina la perdita dei motoneuroni inferiori, portando a gravi problemi respiratori e alla totale immobilità dei soggetti coinvolti, per i quali le aspettative di vita sono molto infauste.
Dall’età di 15 mesi Celeste segue un protocollo sperimentale basato sull’utilizzo di cellule staminali, protocollo elaborato da una fondazione onlus che, collaborando con la struttura sanitaria bresciana, sostiene la ricerca legata all’utilizzo delle cellule staminali adulte.
I traguardi raggiunti da allora sono stati insperati e contrastano con forza le migliori previsioni, per le quali il solo arresto di una malattia degenerativa come la SMA, fisiologicamente destinata a peggiorare, rappresenterebbe un enorme risultato: dopo poche iniezioni di cellule staminali la bambina è in grado di reggere e spostare la testa, di muovere mani e piedi, di respirare autonomamente.
Recentemente la trasmissione televisiva “ Le iene” si è occupata del caso del piccolo Gioele, bimbo affetto da SMA1 che ha da poco intrapreso questo protocollo sperimentale.
A distanza di poche settimane dalla prima infusione di cellule staminali adulte, il quadro clinico del bambino ha mostrato significativi progressi, a testimonianza delle enormi potenzialità che le cellule staminali possiedono, ampiamente documentate nella letteratura scientifica, e sulle quali si basano i nuovi approcci terapeutici legati alla medicina rigenerativa.
Il protocollo sperimentale utilizzato consiste nella infusione di cellule staminali mesenchimali, opportunamente estratte dalla parte spugnosa delle ossa del bacino.
Queste cellule, particolarmente arricchite di progenitori immaturi, vengono sottoposte ad un processo di espansione in vitro e successivamente inoculate per via endovenosa nel paziente; da questa sede periferica, sono in grado di migrare autonomamente nelle zone che presentano danno tissutale e di provvedere alla rigenerazione dei tessuti danneggiati e al recupero della funzionalità persa.
Il Prof. Vannoni, principale referente della sperimentazione, sottolinea con entusiasmo le proprietà rigenerative delle cellule staminali e le possibili applicazioni cliniche in riferimento non soltanto alla SMA, ma a circa 60 patologie al momento incurabili.
“Si è aperta per la medicina” afferma lo scienziato “ una porta incredibile che lascia una speranza, nel futuro, di curare malattie importanti come la malattia di Gioele e di Celeste, che oggi non hanno soluzione”.

L’atrofia muscolare spinale (SMA)

L’atrofia muscolare spinale è una malattia degenerativa ereditaria che determina la perdita dei motoneuroni inferiori, localizzati alla base del cervello e lungo il midollo spinale, che sono responsabili di controllare il movimento dei muscoli volontari.
La progressiva degenerazione di queste cellule impedisce il trasferimento degli impulsi dalle regioni cerebrali ai muscoli volontari, che perdono la propria funzionalità.
E’ una malattia genetica di tipo autosomico recessivo, ovvero si manifesta solo se entrambi i genitori sono portatori del difetto genetico responsabile della malattia.
Questa mutazione genetica interessa due geni specifici, definiti SMN1 E SMN2, e determina una ridotta produzione delle proteina SMN.
Circa 1 neonato ogni 10.000 è colpito da questa malattia, che rappresenta la più comune causa genetica di morte infantile.
La SMA si presenta clinicamente in 3 forme, differenti per gravità e per decorso clinico:
- tipo 1: è la forma più grave, che si manifesta molto precocemente, entro il 6°mese di vita.
Colpisce circa il 50% dei bambini affetti da SMA ed è associata ad aspettative di vita molto infauste (in genere la sopravvivenza è di pochissimi anni) a causa di una progressione rapidissima.
I bambini affetti da SMA di tipo I non sono in grado di reggere la testa, di deglutire, di muovere gli arti e presentano importanti difficoltà respiratorie.
- tipo 2: esordisce durante l’infanzia, tra i 7 e i 18 mesi e progredisce più lentamente rispetto alla forma grave.
Nonostante l’evidente compromissione muscolare, il bambino è in grado di stare seduto da solo, senza l’ausilio di supporti dedicati.
La deambulazione, invece, necessita di specifici tutori e /o della sedia a rotelle.
La funzione respiratoria è compromessa in misura molto variabile.
In genere le aspettative di vita associate a questa patologia sono molto più incoraggianti, dal momento che i soggetti affetti da SMA di tipo 2 riescono a raggiungere l’età adulta.
- tipo 3: è la forma meno grave, che presenta un’insorgenza tardiva ( tra i 18 mesi di vita e l’età adolescenziale) e una progressione molto lenta.
I soggetti coinvolti sono in grado di muoversi autonomamente e spesso riescono a conservare la funzione deambulatoria anche in età adulta, data la lenta evoluzione della malattia.
Si sviluppano, nel tempo, problemi legati principalmente alla postura, meno frequentemente alla deglutizione e alle funzioni respiratorie.
Non esistono, ad oggi, terapie risolutive per la SMA, anche se sono in corso diversi studi sperimentali che si propongono di trovare nuove strade per il trattamento di questa malattia, sia con protocolli di terapia cellulare che attraverso farmaci di nuova generazione.
E’ molto importante il supporto della fisioterapia che aiuta a rallentare la progressione della malattia.