Il diabete gestazionale

Diabete gestazionale (pic by a11sus)

Circa 4 donne su 100 soffrono di diabete gestazionale nel corso della gravidanza.
E’ una condizione strettamente associata agli importanti cambiamenti ormonali che si verificano nel corpo femminile: il sovraccarico di ormoni contrasta l’effetto dell’insulina, ormone prodotto dal pancreas che svolge la funzione di rendere disponibile nei vari organi e tessuti il glucosio presente nel sangue.
In alcune donne pertanto risulta elevato il valore della glicemia: questa condizione, nella maggior parte dei casi, tende a risolversi con il parto, tuttavia costituisce un fattore di rischio per l’insorgenza del diabete di tipo II nella mamma o nel nascituro.
Il diabete gestazionale sopraggiunge in genere in forma asintomatica, anche se talvolta si manifesta con particolari sintomi, a cui è importante prestare attenzione:

  •  aumento della sete
  •  aumentato bisogno di urinare
  •  perdita di peso corporeo
  •  senso di nausea e vomito
  •  frequenti infezioni genitali (cistiti e candidosi)
  •  disturbi alla vista

Il Ministero della Salute ha recentemente aggiornato le raccomandazioni in merito allo screening e alla diagnosi del diabete gestazionale contenute nelle linee guida relative alla gravidanza fisiologica.
Questi documenti prevedono un controllo della glicemia plasmatica a inizio gravidanza, finalizzato a individuare le donne con diabete preesistente e uno screening successivo che viene eseguito in tempistiche differenti sulla base del rischio individuale, che è legato a parametri quali l’età, l’indice di massa corporea, la comparsa di diabete durante precedenti gravidanze, l’anamnesi familiare.
Il metodo di screening per il diabete gestazionale consiste nell’esecuzione di una curva da carico del glucosio, che valuta il livello della glicemia a digiuno e dopo l’assunzione di una soluzione arricchita di glucosio secondo tempistiche prestabilite.
Nella maggior parte delle donne è possibile tenere sotto controllo questo disturbo attraverso una dieta controllata e un’ adeguata attività fisica; in una percentuale di casi variabile tra il 10 e il 20% invece il ginecologo prescrive l’assunzione di insulina.
Esistono infine alcune complicazioni associate al diabete gestazionale, tra cui le più frequenti sono:

  •  gestosi
  •  eccessivo accrescimento del feto , con conseguente
  •  necessità di ricorrere al taglio cesareo e
  •  distocia di spalla, ovvero difficoltà a disimpegnare le spalle durante la fase espulsiva del parto con conseguente rischio di lussazione.
  •  ittero
  •  aumentato rischio di sviluppare diabete di tipo II dopo il parto, in particolare nei successivi 5 anni.

La gestosi

La gestosi è una condizione che coinvolge circa il 5% delle donne in attesa.
Compare nella seconda metà della gravidanza, in genere nell’ultimo trimestre e si manifesta principalmente con 3 sintomi specifici:
- ipertensione arteriosa, ovvero aumento della pressione arteriosa che supera i valori di 140 mmHg (valore di massima) e di 90 mmHg (valore di minima) dopo la 20° settimana
- presenza di proteine nelle urine (proteinuria)
- formazioni di edemi, cioè di ritenzione idrica a livello di mani, viso e caviglie
Non sono ancora note le cause di questo disturbo, che si ritiene dipendere da alterazioni a carico della placenta; sono invece ben documentati i suoi fattori di rischio, cioè condizioni specifiche che predispongono la donna alla gestosi, in particolare:

  •  obesità
  •  precedente ipertensione arteriosa
  •  diabete mellito
  •  patologie renali
  •  patologie autoimmuni e della coagulazione
  •  fattori genici
  •  età materna avanzata
  •  fumo di sigaretta
  •  familiarità
  •  gravidanza gemellare

La donna con gestosi non deve eseguire sforzi e deve essere attentamente monitorato il suo stato di salute oltre che quello del bambino.
L’unica terapia efficace per la gestosi sembra essere il parto, che è spesso anticipato rispetto alla data presunta; per questo motivo il ginecologo può prescrivere alla mamma solfato di magnesio che, favorendo la crescita dei polmoni fetali, assicura che il feto sia correttamente sviluppato prima di procedere con il parto.

Il trattamento dell’autismo: nuove prospettive grazie alle cellule staminali del cordone ombelicale

Trial clinico autismo (pic by iFireDesign)

E’ in fase di arruolamento un trial clinico innovativo, che prevede di utilizzare cellule staminali provenienti dal cordone ombelicale per il trattamento di pazienti pediatrici affetti da autismo, una malattia per la quale, ad oggi, è possibile soltanto una terapia di tipo farmacologico.
Lo studio, approvato dall’FDA, è condotto presso il Sutter Neuroscience Insitute di Sacramento , centro di eccellenza per il trattamento delle malattie neurologiche, in collaborazione con Cord Blood Registry, la più grande biobanca per la conservazione del cordone ombelicale negli Stati Uniti.
Si tratta del primo studio sperimentale che prevede di utilizzare cellule staminali autologhe, prelevate dal sangue del cordone ombelicale degli stessi bambini congelato alla nascita.
Negli Stati Uniti l’autismo ha un grosso impatto da un punto di vista sociale, poichè colpisce circa 1 bambino ogni 88; questo aspetto spiega il notevole l’interesse che la comunità scientifica mostra nei confronti di una malattia che gli scienziati ritengono avere cause molteplici, di natura genetica, ambientale e immunologica.
Il coordinatore del progetto, il Dott. Michael Chez, è particolarmente interessato a studiare la componente immunologica di questa malattia, convinto che in alcuni soggetti affetti da autismo ci siano disfunzioni del sistema immunitario che possono danneggiare o ritardare lo sviluppo del sistema nervoso.
Lo studio arruolerà 30 bambini di età compresa tra i 2 e i 7 anni, che riceveranno una unica infusione di cellule staminali; lo scopo del progetto è quello di registrare nell’arco dei 18 mesi successivi cambiamenti nel linguaggio, nel comportamento e nelle capacità di apprendimento dei bambini coinvolti.
Il Dott. Chez nutre grosse speranze in questo nuovo progetto, convinto delle notevoli potenzialità che le cellule staminali mostrano di possedere, e alla luce degli incoraggianti risultati che recentemente si stanno ottenendo nel trattamento di altri disturbi neurologici, quali la paralisi cerebrale infantile (Cerebral Palsy).

Il test di Coombs

Test di Coombs (pic by Roberto Carlos Pecino)

All’inizio della gravidanza ogni mamma è sottoposta ad una serie di esami che permettono di valutare il suo stato di salute e che forniscono anche importanti informazioni sull’eventuale presenza di condizioni particolari che il medico deve monitorare nel tempo.
Insieme alla determinazione del gruppo sanguigno viene prescritto il test di Coombs, un esame di screening eseguito sul siero della mamma che serve a evidenziare una incompatibilità tra il suo sangue e quello del feto e che è dovuta a una diversità nel fattore Rh, una proteina (antigene D) localizzata sulla superficie dei globuli rossi.
Nel caso in cui la mamma sia Rh- e il papà Rh+, e il bambino erediti il gruppo sanguigno paterno, il sistema immunitario della mamma riconosce come estraneo l’antigene D assente nel sangue materno e lo attacca, mediante la produzione di anticorpi specifici che attraversano la placenta, riconoscono i globuli rossi del feto e li distruggono.
Come conseguenza si sviluppa nel feto una anemia di gravità variabile, definita malattia emolitica del feto (MEN), che nei casi più gravi può portare alla morte intrauterina.
Il rischio di incorrere in questo tipo di problema non è uguale per tutte le donne: se la mamma è Rh+ o se entrambi i genitori sono Rh- non esiste alcun pericolo per il feto.
Tale rischio è inoltre lieve nel corso della prima gravidanza, poiché la placenta impedisce che grandi quantità di sangue fetale entrino nella circolazione materna, e che di conseguenza si sviluppi nella mamma una risposta immunitaria importante.
Al contrario una seconda gravidanza è molto più esposta a questo rischio, poiché è probabile che durante il primo parto il sangue fetale sia entrato a contatto con quello materno, e abbia indotto nella mamma un processo, definito di immunizzazione, nei confronti del gruppo sanguigno del feto.
Alcune condizioni favoriscono questo contatto, in particolare:

  • il parto cesareo
  • la placenta previa
  • le gravidanze ectopiche
  • gli aborti spontanei

Il test di Coombs viene prescritto di prassi durante il primo trimestre di gravidanza; le mamme con gruppo sanguigno Rh- devono ripeterlo a cadenza mensile tenendo monitorata la concentrazione degli anticorpi materni; al contrario nelle donne con Rh + l’esame viene generalmente ripetuto soltanto nell’ultimo trimestre di gravidanza.

La morte in culla del neonato (SIDS)

SIDS (pic by christopherallisonphotography)

Oggi parliamo di SIDS (Sudden Infant Death Syndrome), ovvero della Sindrome della Morte Improvvisa del Lattante, comunemente definita “morte in culla del neonato”.
E’ un argomento particolare, che probabilmente disturba le mamme più emotive.
Il nostro obiettivo non è quello di turbare la vostra sensibilità, ma di fornire alcuni preziosi consigli che, se applicati, non soltanto riducono il rischio di SIDS, ma contribuiscono a creare una generale condizione di benessere per i vostri piccoli.
La SIDS è un fenomeno ancora inspiegato per la comunità scientifica, poiché consiste nella morte improvvisa ed inaspettata di un lattante che fino a quel momento risultava sano.
Si verifica preferibilmente durante il sonno entro il primo anno di vita, in seguito a eventi che neppure l’autopsia post-mortem è in grado di identificare; non è tuttora facile calcolare la sua incidenza, che si stima oscillare tra 0,7 e 1 per mille.
Nonostante i numerosi dubbi relativi a questo argomento, è certo che alcuni comportamenti preventivi possono ridurre sensibilmente l’incidenza della SIDS, pertanto è fondamentale che i genitori prestino particolare attenzione a questi aspetti:

  •  posizione durante il sonno: il bambino deve dormire in posizione supina, ovvero “a pancia in su”, sdraiato sulla schiena. E’ importante che la nanna non venga fatta sul fianco o, peggio ancora, “a pancia sotto”. Questa corretta abitudine abbatte in maniera significativa il rischio di SIDS.
  • fumo da sigaretta: evitate che il bambino sia a contatto con il fumo, sia prima che dopo la nascita. Non solo la mamma non deve fumare, ma non deve neppure esporre il bambino al fumo passivo, già durante il periodo prenatale.
  • come coprirli durante la nanna: la temperatura ambientale ideale è quella compresa tra 18 e 20°C, è importante non esporre il bambino a fonti di calore e non coprirlo eccessivamente con coperte o con un abbigliamento troppo pesante.

Infine, anche l’allattamento al seno e l’utilizzo del ciuccio sono ritenuti due comportamenti preventivi che possono ridurre la frequenza di questa sindrome.
Per chi volesse affrontare l’argomento in maniera più approfondita, segnaliamo l’Associazione “SEMI PER LA SIDS” , un’associazione non-profit che si occupa di tutti gli aspetti relativi a questo argomento, dalla prevenzione, all’assistenza alle famiglie, alla promozione della ricerca scientifica.