Il trattamento dell’autismo: nuove prospettive grazie alle cellule staminali del cordone ombelicale

Trial clinico autismo (pic by iFireDesign)

E’ in fase di arruolamento un trial clinico innovativo, che prevede di utilizzare cellule staminali provenienti dal cordone ombelicale per il trattamento di pazienti pediatrici affetti da autismo, una malattia per la quale, ad oggi, è possibile soltanto una terapia di tipo farmacologico.
Lo studio, approvato dall’FDA, è condotto presso il Sutter Neuroscience Insitute di Sacramento , centro di eccellenza per il trattamento delle malattie neurologiche, in collaborazione con Cord Blood Registry, la più grande biobanca per la conservazione del cordone ombelicale negli Stati Uniti.
Si tratta del primo studio sperimentale che prevede di utilizzare cellule staminali autologhe, prelevate dal sangue del cordone ombelicale degli stessi bambini congelato alla nascita.
Negli Stati Uniti l’autismo ha un grosso impatto da un punto di vista sociale, poichè colpisce circa 1 bambino ogni 88; questo aspetto spiega il notevole l’interesse che la comunità scientifica mostra nei confronti di una malattia che gli scienziati ritengono avere cause molteplici, di natura genetica, ambientale e immunologica.
Il coordinatore del progetto, il Dott. Michael Chez, è particolarmente interessato a studiare la componente immunologica di questa malattia, convinto che in alcuni soggetti affetti da autismo ci siano disfunzioni del sistema immunitario che possono danneggiare o ritardare lo sviluppo del sistema nervoso.
Lo studio arruolerà 30 bambini di età compresa tra i 2 e i 7 anni, che riceveranno una unica infusione di cellule staminali; lo scopo del progetto è quello di registrare nell’arco dei 18 mesi successivi cambiamenti nel linguaggio, nel comportamento e nelle capacità di apprendimento dei bambini coinvolti.
Il Dott. Chez nutre grosse speranze in questo nuovo progetto, convinto delle notevoli potenzialità che le cellule staminali mostrano di possedere, e alla luce degli incoraggianti risultati che recentemente si stanno ottenendo nel trattamento di altri disturbi neurologici, quali la paralisi cerebrale infantile (Cerebral Palsy).

Atrofia muscolare spinale: casi recenti e terapie possibili

Prospettive di cura nell’atrofia muscolare spinale

Il caso di Celeste: la bimba malata di atrofia muscolare spinale

Si è parlato molto ultimamente del caso di Celeste Carrer, una bimba di 2 anni affetta da atrofia muscolare spinale (SMA) fino ad ora in cura con una terapia salvavita a base di iniezioni di cellule staminali provenienti dal midollo osseo della madre.
Questa vicenda ci offre lo spunto per parlare delle attuali possibilità terapeutiche previste per il trattamento dei pazienti colpiti da atrofia muscolare spinale.

Che cos’è l’atrofia muscolare spinale?

L’atrofia muscolare spinale è una grave malattia neurodegenerativa caratterizzata dalla progressiva morte dei motoneuroni cioè quelle cellule nervose localizzate nel midollo spinale che controllano il movimento dei muscoli volontari.
La perdita di cellule nervose determina l’atrofia muscolare e una conseguente disabilità motoria.
La malattia si manifesta attraverso:

  • compromissione della muscolatura scheletrica del tronco e degli arti
  • compromissione della muscolatura respiratoria

con un livello di gravità variabile e con differenti aspettative di vita.

Quali sono le terapie sperimentali per l’atrofia muscolare spinale

Il mondo della ricerca scientifica è da anni molto impegnato nella comprensione dei meccanismi che sono alla base di questa malattia, ma ad oggi non esiste ancora una terapia consolidata e soprattutto risolutiva per chi sia affetto da SMA.
La fisioterapia, come trattamento preventivo, gioca un ruolo importante nel ridurre il rischio e la velocità di progressione della malattia.

Nuove prospettive terapeutiche per la SMA: l’approccio farmacologico

Sono in corso numerosi studi che valutano l’effetto di alcuni farmaci nel trattamento dei pazienti affetti da SMA.

1-   Uno studio italiano recentemente pubblicato sulla rivista Molecular Medicine ha evidenziato la potenziale efficacia di una terapia basata sulla somministrazione del farmaco IPLEX: il farmaco è costituito da una proteina sintetizzata dal fegato (IGF: insulin growth factor) fondamentale per la sopravvivenza dei motoneuroni, la cui carenza nei soggetti affetti da SMA è una delle cause della malattia. L’utilizzo di questo farmaco nel topo ha portato a un miglioramento complessivo delle capacità motorie dell’animale determinando una riduzione della degenerazione dei motoneuroni e il mantenimento dell’integrità muscolare.

2-   Un secondo studio sperimentale di fase 1, volto cioè a valutare su un ristretto gruppo di pazienti la sicurezza e la tollerabilità di un nuovo farmaco (il RG3039), ha mostrato incoraggianti risultati: il farmaco è stato ben tollerato e non sono stati registrati gravi effetti collaterali.

3-  Un ulteriore studio clinico di fase 1 ha studiato l’effetto del farmaco dal nome ISIS-SMNRx su bambini con malattia stabilizzata. Il farmaco, iniettato a diversi dosaggi, è risultato sicuro e ben tollerato e non ha determinato l’insorgenza di effetti collaterali importanti.

Nuove prospettive terapeutiche: l’utilizzo delle cellule staminali

L’efficacia dell’utilizzo delle cellule staminali nel trattamento della SMA è dimostrata da recenti dati sperimentali ottenuti nel modello animale. Ad esempio:

  • Cellule staminali modificate geneticamente in modo da produrre fattori di crescita che proteggono i motoneuroni dalla progressiva degenerazione.

Si tratta però, lo ribadiamo, di terapie sperimentali che sono state applicate a modelli animali e che devono essere ancora valutate sull’uomo.

Non esiste ancora un protocollo terapeutico, approvato dalle autorità preposte, per il quale sia consolidato l’utilizzo delle cellule staminali nel trattamento dei pazienti con SMA .

 

 

Cirrosi epatica: il primo trapianto di cellule staminali

All'Umberto I di Roma il primo trapianto di cellule staminali autologhe per la cura della cirrosi epatica

Nuove prospettive si aprono per il trattamento dei pazienti affetti da cirrosi epatica: il trapianto di cellule staminali isolate dall’albero biliare adulto e fetale, cioè da quell’insieme di dotti che drenano la bile prodotta nel fegato verso la cistifellea e il duodeno.

Presso l’Ospedale Umberto I di Roma è stato eseguito nei giorni scorsi il primo trapianto al mondo di cellule staminali su un paziente affetto da una forma avanzata di cirrosi epatica: protagonista dell’intervento è stata l’equipe guidata dal Prof. Domenico Alvaro, da anni impegnato nel campo della clinica e della ricerca legate alle malattie epatiche.

Il team, in collaborazione con gruppi di ricerca internazionali, ha recentemente identificato nell’albero biliare la presenza di una riserva di cellule staminali multipotenti le quali, messe in coltura, sono in grado di differenziare in:

  • epatociti (cellule del fegato)
  • colangiociti (cellule dei dotti biliari)
  • isole pancreatiche (cellule del pancreas)

sulla base degli stimoli a cui sono sottoposte.

Si tratta delle cellule staminali che nel corso dello sviluppo embrionale danno origine a:

  • fegato
  • pancreas
  • vie biliari

e che rimangono presenti nell’individuo adulto a livello dell’albero biliare e sono coinvolte nei processi di riparazione tissutale che si attivano in seguito a danno d’organo.

L’intervento consiste nell’infusione, attraverso l’arteria epatica, delle cellule staminali prelevate da un feto abortito terapeuticamente e non soggette ad alcuna manipolazione.

Al momento non sono state registrate complicanze: se l’intervento risulterà efficace, permetterà l’applicazione di un protocollo sperimentale che prevede l’arruolamento di 20 pazienti affetti da cirrosi epatica in stadio avanzato.

La speranza dei medici è di estendere questo trattamento a un numero di pazienti molto più ampio, che comprende:

  • pazienti cirrotici in lista d’attesa
  • pazienti non candidati al trapianto
  • pazienti con epatite fulminante
  • soggetti con malattie epatiche di natura genetica

Staminali per creare ovociti umani: una possibile strada contro l’infertilità femminile?

Negli ultimi anni si sta tentando di aprire una nuova strada per combattere l’infertilità femminile: utilizzare cellule staminali adulte in grado di differenziare in ovociti, cioè in cellule riproduttive femminili.

E’ una sfida prima di tutto concettuale, poiché si pone in contrasto con un principio fondamentale secondo cui nella donna e più in generale in tutti i mammiferi, esiste un numero predefinito di ovociti che si formano alla nascita e che, non rinnovandosi nel corso della vita, vanno incontro ad esaurimento.

L’esteso utilizzo della chemioterapia per il trattamento di numerose forme di tumore ha acutizzato in maniera importante il problema della fertilità femminile, poiché le cure a cui la donna è sottoposta determinano  la distruzione del patrimonio di ovociti e possono provocare l’ingresso anticipato in menopausa.

Risale all’anno 2004 la pubblicazione sulla rivista Nature di uno studio in cui il Dott. Jonathan Tilly, Direttore del Vincent Centre for Reproductive Biology presso il Massachussettes General Hospital di Boston, evidenziava la possibilità di ristabilire la produzione di ovociti attraverso trapianto di midollo osseo in femmine di topo sottoposte a chemioterapia.

Studi successivi hanno mostrato che nelle ovaie di questi animali (sia adulti che neonati) sono presenti cellule staminali germinali le quali, trapiantate nelle ovaie di femmine sterili, possono differenziare in ovociti funzionalmente competenti in grado di dare origine ad una progenie sana (Nature Cell Biology 11, 631 – 636 (2009).

Il passaggio dal modello animale a quello umano è stato breve:  anche nella donna è stata osservata la presenza di una riserva di cellule staminali (OSCs: oocyte-producing stem cells) in grado di differenziare in ovociti, rispetto alle quali diversi gruppi di ricerca hanno sviluppato protocolli per ottenerne l’isolamento e il successivo differenziamento.

L’argomento è tuttora controverso, perché nella comunità scientifica una parte dei ricercatori non crede nell’esistenza di queste cellule, e suggerisce che è necessario muoversi con molta cautela.
Al contrario c’è chi è convinto di dover procedere in questa direzione:  queste cellule si pongono come valida alternativa ad altre fonti cellulari, quali le cellule staminali embrionali o le cellule staminali pluripotenti indotte, il cui utilizzo in coltura non ha prodotto ad oggi risultati incoraggianti.

Il Dr Paolo De Coppi e le cellule staminali del liquido amniotico

Le cellule staminali del liquido amniotico preziose come quelle embrionali

Le cellule staminali del liquido amniotico, scoperte nel 2007 dal Dr Paolo De Coppi (giovane chirurgo pediatrico e ricercatore padovano, primario presso il Great Ormond Street Hospital di Londra) sono cellule presenti in tutti gli stadi dello sviluppo fetale che, pur non essendo numerose e con capacità rigenerative più ristrette rispetto a quelle delle cellule staminali embrionali, mostrano un’elevata velocità di crescita in coltura e lo straordinario potenziale di differenziarsi in tessuti vari:

  • osso
  • muscolo
  • tessuto endoteliale

Le cellule staminali del liquido amniotico hanno ampliato gli orizzonti e le potenzialità della medicina rigenerativa.

Queste cellule sono una valida alternativa alle cellule staminali embrionali, il cui utilizzo è vietato in Italia e rispetto alle quali presentano il grosso vantaggio di non formare masse tumorali nel corso dei processi di proliferazione.

Il gruppo di ricerca coordinato dal Dott. De Coppi è da anni impegnato in un progetto di rigenerazione della muscolatura scheletrica a partire da cellule staminali del liquido amniotico e del midollo osseo: il progetto, che ha già ottenuto ottimi risultati nel modello animale, potrebbe fornire una speranza per la cura di malattie invalidanti come la distrofia muscolare o per condizioni di atrofia causate da malformazioni congenite (es. ernia diaframmatica) o da eventi traumatici come vi avevamo già raccontato qui.
Attraverso un progetto di ricerca internazionale il team di De Coppi ha lavorato sulla ”riprogrammazione “ delle cellule staminali del liquido amniotico in cellule staminali pluripotenti (iPSCs: induced pluripotent stem cells) : queste cellule se vengono messe in coltura con una particolare sostanza (l’acido valproico),  vengono portate ad uno stadio più primitivo e sono in grado di differenziare in tutti i tipi cellulari dell’organismo, mostrando caratteristiche sovrapponibili a quelle delle cellule staminali embrionali.

I risultati ottenuti dai ricercatori, recentemente pubblicati sulla rivista scientifica Molecular Therapy, sembrano porsi come valida alternativa alle tecniche fino ad oggi utilizzate; inoltre la mancanza di implicazioni di natura etica associate all’utilizzo di questa fonte cellulare potrebbe portare a importanti applicazioni nel campo della medicina rigenerativa.

Paralisi cerebrale e cellule staminali

Nuovi studi sulla terapia della paralisi cerebrale

La paralisi cerebrale (cerebral palsy) è un disturbo persistente dell’infanzia che coinvolge la postura e il movimento e che è causato da lesioni del tessuto cerebrale in via di formazione che compromettono la sua piena funzionalità.
I bambini affetti da paralisi cerebrale presentano principalmente: difficoltà di equilibrio difficoltà di movimento e di postura ma, talvolta, manifestano difficoltà cognitive, di apprendimento, problemi di vista e di udito, epilessia.

L’ elevata incidenza della paralisi cerebrale (circa 2-3 bambini su 1000 nuovi nati sono coinvolti) spiega l’attenzione che la comunità scientifica pone su questa patologia che viene attualmente considerata una malattia trattabile ma senza possibilità di una cura risolutiva.

Recentemente, diversi trial clinici sono stati applicati per il trattamento di bambini affetti da paralisi cerebrale, basati sull’evidenza che le cellule staminali del cordone ombelicale sono in grado di migrare nei distretti corporei che presentano un danno tissutale, di attecchire e differenziarsi in tessuto maturo, favorendo in tal modo i processi di riparazione tissutale.
Di seguito alcuni tra gli studi più significativi attualmente in corso:

  • Infusione di cellule staminali autologhe di cordone ombelicale precedentemente criopreservato: trial clinico tuttora in fase di arruolamento, condotto presso il Medical College of Georgia e coordinato dal Dott. James E. Carrol  M.D (codice identificativo del trial: NCT01072370).

Questo trial clinico si prefigge di valutare la sicurezza e la fattibilità legate all’infusione di cellule staminali autologhe scongelate, in bambini che presentano disabilità motoria non progressiva.

  • Infusione di cellule staminali autologhe di cordone ombelicale fresco, non criopreservato:

trial clinico in fase di arruolamento, condotto presso il Neonatology Department of the Pediatrics Service, Hospital Universitario Dr.Jose E. Gonzalez, coordinato dal Dott. Consuelo Mancias-Guerra, MD (codice identificativo trial: NCT01506258).
Lo scopo di questo studio è determinare se la plasticità delle cellule staminali del cordone ombelicale applicate per via endovenosa può migliorare il decorso clinico dei pazienti  in cui il danno cerebrale è stato determinato da condizioni di asfissia.
La particolarità di questo studio consiste nell’utilizzare unità di sangue cordonale fresche , che vengono infuse entro 48 ore dalla nascita.
Questa procedura presenta il vantaggio di mantenere inalterato il contenuto di cellule staminali, che non si riduce in seguito ai processi di congelamento e successivo scongelamento.

Un trapianto di staminali cerebrali per combattere la SLA

Una nuova speranza per i malati di Sla

La cura dei pazienti affetti da SLA (sclerosi laterale amiotrofica) sta probabilmente giungendo ad una fase di svolta.

E’ in corso infatti una sperimentazione clinica che prevede il trattamento di 18 pazienti colpiti da SLA attraverso il trapianto di cellule staminali cerebrali prelevate da tessuto nervoso di un feto deceduto per cause naturali.
Questa operazione, senza precedenti, porta con orgoglio la bandiera tricolore: l’equipe che ha seguito il progetto è stata coordinata dal Professor Angelo Vescovi, Direttore dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Pio (San Giovanni Rotondo-Foggia), da anni impegnato nella ricerca sulle cellule staminali cerebrali.
La sperimentazione ha già prodotto incoraggianti risultati: il primo paziente arruolato , un giovane di 31 anni che ha ricevuto tre iniezioni di cellule staminali, mostra di essere in buone condizioni e non manifesta alcuna problematica legata all’intervento.

La tecnica utilizzata dai ricercatori è innovativa sia per il tipo di cellule trapiantate (per la prima volta sono state utilizzate cellule umane) che per la modalità di somministrazione.
Le cellule staminali, coltivate presso i laboratori della Banca delle Cellule Staminali di Terni, vengono inoculate in anestesia generale a livello del midollo spinale, in prossimità delle cellule nervose la cui progressiva degenerazione è alla base della SLA.

Si tratta di uno studio di fase 1, autorizzato dall’Istituto Superiore di Sanità, il cui obiettivo è quello di verificare la sicurezza delle procedure di trapianto, e non ancora la possibilità di curare la malattia.
La sperimentazione ha inoltre il vantaggio di non presentare problematiche di natura etica: le cellule provengono da un feto deceduto per cause naturali, pertanto le procedure che ne regolano l’utilizzo non sono differenti da quelle che riguardano la donazione volontaria di organi e tessuti negli individui adulti.
I ricercatori stimano che la realizzazione dell’intero progetto richiederà un periodo di circa due anni, ma stanno già pensando di estendere l’utilizzo delle cellule staminali di origine cerebrale ad altre malattie neurodegenerative.

Leucemia e linfoma: il trapianto di cellule staminali

Leucemia: la terapia a base di cellule staminali

Leucemia e linfoma: la terapia a base di staminali

Una delle terapie previste per il trattamento dei pazienti affetti da leucemia o linfoma è il trapianto di cellule staminali, un approccio che si propone di eliminare la malattia del paziente attraverso la distruzione delle cellule malate presenti nel midollo osseo  e la successiva  ricostituzione di tutte le popolazioni midollari.
La terapia prevede il trattamento preliminare del paziente con alte dosi di chemioterapia e radioterapia seguite dall’infusione di cellule staminali provenienti da:

  • midollo osseo
  • sangue periferico
  • o cordone ombelicale

 

Un nuovo farmaco aiuta le staminali ad attecchire nella cura della leucemia e del linfoma

Recentemente è stato individuato un nuovo farmaco (il nome del principio attivo è 16,16-dietil PGE2) in grado di stimolare le cellule staminali infuse a migrare nel midollo osseo e a proliferare in questa sede, promuovendo in tal modo l’attecchimento nel paziente leucemico trapiantato.
Il suo utilizzo alimenta nuove speranze per il trattamento delle malattie neoplastiche (tumori) del sangue, poiché portando a una riduzione dei tempi di attecchimento può aiutare i pazienti a recuperare più velocemente le funzioni del midollo osseo e del sistema immunitario.
In termini di risposta clinica i vantaggi sono molteplici: il paziente risulta meno suscettibile a sviluppare infezioni che possono facilmente prendere il sopravvento in un soggetto con un sistema immunitario in via di formazione;  inoltre è fortemente minimizzato il rischio di rigetto, cioè la possibilità che le cellule trapiantate possano attaccare i tessuti dell’ospite e comprometterne la guarigione.

Il farmaco in sinergia con le cellule staminali del cordone ombelicale

E’ attualmente in corso presso  il Dana Farber Cancer Institute e il Massachussetts General Hospital di Boston una sperimentazione clinica che si propone di valutare la sicurezza e la tollerabilità del trattamento basato sulla somministrazione di cellule staminali di cordone ombelicale potenziate dall’azione del nuovo farmaco.

I dati relativi ai primi pazienti arruolati sono più che incoraggianti: il farmaco amplifica di 3 o 4 volte il numero di cellule staminali prodotte a livello midollare portando ad una riduzione (in media di 3 o 4 giorni) dei tempi necessari per ripopolare il midollo.
Inoltre l’azione che esso esercita permette di sottoporre i pazienti ad un trattamento immunosoppressivo meno pesante che dà minori effetti collaterali.

Questo primo trial clinico è stato applicato a pazienti affetti da leucemia ed è stato sponsorizzato dall’azienda Fate Therapeutics Inc., una società californiana di biotecnologie che ha brevettato un prodotto formato da cellule staminali cordonali e dal principio attivo 16,16-dietil PGE2.
La validità del nuovo farmaco incoraggia i ricercatori a estendere la sua applicazione alla cura di altre malattie ematologiche (del sangue), come:

  • linfoma
  • trombocitopenia
  • neutropenie
  • linfopenie
  • anemie

Diabete di tipo 1 e cellule staminali

Secondo l’Oms, sono circa 346 milioni le persone affette da diabete in tutto il mondo

Cos’è il diabete di tipo 1

Il diabete di tipo 1, definito anche diabete giovanile, è una malattia autoimmune in cui i linfociti attaccano e distruggono particolari cellule del pancreas (definite cellule ß) che producono l’insulina, cioè l’ormone che ha la funzione di regolare a livello dei tessuti l’utilizzo del glucosio presente nel sangue.
I soggetti affetti da diabete giovanile hanno dunque una  progressiva riduzione di insulina che determina uno squilibrio nel metabolismo del glucosio; quest’ultimo, non più disponibile nei tessuti, si accumula nel sangue e può portare ad una serie di complicazioni a livello organico che vanno dalle cardiomiopatie a problemi di tipo neurologico.

Il trapianto di pancreas

Attualmente una delle terapie possibili per il trattamento del diabete è rappresentata dal trapianto delle isole pancreatiche, agglomerati cellulari che costituiscono una parte dell’organo e che sono deputati alla produzione di una serie di ormoni, tra cui l’insulina.
I candidati al trapianto sono, generalmente, pazienti per i quali il trattamento convenzionale con insulina non è più efficace.
Questa procedura nella maggior parte dei casi risulta valida anche se invasiva; inoltre la carenza di donatori associata a problemi di compatibilità può comprometterne l’esito.

Alcune terapie innovative

Cellule staminali

Recentemente i ricercatori stanno tentando nuovi approcci terapeutici per la cura del diabete di tipo 1.
Uno di questi si basa sul differenziamento delle cellule staminali in cellule produttrici di insulina; dopo i primi incoraggianti risultati ottenuti con le cellule staminali embrionali si sta lavorando con cellule staminali adulte, ad esempio quelle presenti nel tessuto adiposo.
I vantaggi sono molteplici: l’utilizzo di cellule autologhe (cellule proprie del paziente) semplifica notevolmente i problemi di compatibilità tissutale che costringono il soggetto trapiantato ad assumere a vita farmaci immunosoppressori (fondamentali per impedire il rigetto).
Inoltre l’impiego di cellule adulte estratte dai tessuti del paziente elimina le problematiche di natura etica legate all’utilizzo delle cellule embrionali.

CELLULE STAMINALI DEL CORDONE OMBELICALE: STEM CELL Educator

Anche le cellule staminali del cordone ombelicale, in virtù delle loro proprietà immunomodulanti* possono essere sfruttate per la cura di una patologia autoimmune come il diabete di tipo 1. E’ in corso una sperimentazione clinica di fase II * che prevede il trattamento di pazienti affetti da diabete di tipo 1 con “ Stem Cell Educator”, un dispositivo a circuito chiuso nel quale i linfociti isolati dal paziente sono messi a contatto con cellule staminali provenienti dal cordone ombelicale di un soggetto sano. Il risultato di questa interazione è una “rieducazione” dei linfociti il cui malfunzionamento sta alla base della patologia diabetica.

1*Ovvero la capacità di esercitare un controllo su alcune popolazioni del sistema immunitario

2* Se la sicurezza della terapia viene accertata nella sperimentazione clinica di fase I, nella sperimentazione clinica di fase II lo scopo principale è quello di valutare l’efficacia della terapia in un ristretto numero di pazienti affetti dalla malattia o dalla condizione clinica per la quale la terapia è proposta. 


Come faccio a conservare le cellule staminali del sangue del cordone ombelicale?

Come si conservano le cellule staminali del cordone ombelicale?

Per procedere con la conservazione autologa (ovvero per il proprio esclusivo utilizzo futuro) i genitori devono prendere contatto con la Direzione Sanitaria della struttura presso cui avverrà il parto.

Gli esami necessari e la certificazione

La Direzione sanitaria rilascia l’autorizzazione a eseguire la raccolta del sangue cordonale e a esportarlo presso la Banca (conservazione autologa) dopo aver verificato due tipi di documentazioni:

  1. Gli esami infettivologici che la futura mamma deve fare negli ultimi 30 giorni di gestazione relativi a:
  • epatite B
  • epatite C
  • HIV
  • sifilide
  • HTLV o virus linfotropo dei linfociti T

2.  La certificazione di conformità del kit fornito dalla Banca e presente all’interno dello stesso (questa  documentazione attesta che il materiale fornito dalla Banca rispetta la normativa vigente in materia).

Il contatto con la Banca

Nelle settimane precedenti al parto i genitori prendono contatto con la Banca per avviare le pratiche amministrative (ordine del kit) e per ricevere tutte le informazioni relative alle tempistiche e all’organizzazione del ritiro del campione di sangue cordonale.