Sono positivi i primi risultati del trapianto di cellule staminali cerebrali in pazienti affetti da SLA

E’ stato inaugurato nel 2012 il protocollo sperimentale coordinato dal Prof. Angelo Vescovi basato sul trapianto allogenico di cellule staminali cerebrali per il trattamento della SLA (sclerosi laterale amiotrofica).
Oggi, a distanza di 3 anni dall’inizio della sperimentazione, si conclude la prima fase del progetto (quella che in gergo viene definita fase di tipo I) finalizzata a valutare la sicurezza biologica del trattamento basato sull’infusione delle cellule staminali nel midollo spinale.
Dopo avere arruolato nello studio i primi 18 pazienti, l’equipe medica coordinata dal Prof. Vescovi annuncia che non solo non sono stati documentati eventi avversi associati alla procedura chirurgica o alle cellule trapiantate ma in 3 pazienti il trapianto di cellule staminali ha determinato un miglioramento del quadro neurologico.
Il progetto, autorizzato dall’Istituto Superiore di Sanità, non porta con sé problemi di natura etica, poiché prevede l’utilizzo di cellule staminali cerebrali che sono prelevate da feti abortiti per cause naturali, e che vengono utilizzate nel rispetto della normativa GMP (Good Manufacturing Practice o Norme di Buona Fabbricazione), a garanzia della sicurezza e della qualità del prodotto biologico rilasciato.
E’ prossimo l’inizio della fase II del progetto, quella volta a valutare l’efficacia della sperimentazione, nella quale si amplierà a circa 70 il numero di pazienti arruolati.
Il Prof. Angelo Vescovi, professore di Biologia cellulare all’Università Bicocca di Milano e Direttore scientifico dell’IRCCS Casa Sollievo della Sofferenza di San Pio, annuncerà ufficialmente i risultati della sperimentazione nel corso di una presentazione in programma a Roma il 29 settembre a Palazzo San Calisto.
Ricordiamo che la Sclerosi Laterale Amiotrofica (SLA), è una malattia neurodegenerativa progressiva che colpisce i motoneuroni, le cellule nervose collocate nel cervello e nel midollo spinale che permettono i movimenti della muscolatura volontaria. La perdita di queste cellule porta i pazienti ad una progressiva paralisi e, nell’arco di pochi anni, alla morte.
Nel nostro paese si stimano circa 3.600 pazienti affetti da SLA, con un’incidenza annua pari a 1.000 nuovi casi diagnosticati, che mostrano una leggera prevalenza nel sesso maschile.
All’entusiasmo di questo particolare momento si aggiunge una necessaria cautela poiché nonostante si sia delineata una strada percorribile è ancora presto per poter annunciare di avere trovato la cura per la SLA.

L’ossigeno-terapia e il trapianto di cellule staminali ematopoietiche: un binomio interessante

Pic by freepick

Il trapianto di cellule staminali ematopoietiche è una procedura salvavita a cui attualmente si fa riferimento per il trattamento di oltre 80 patologie (leucemie, linfomi, mielomi, insufficienze midollari, disordini del sistema immunitario, errori congeniti del metabolismo, alcune forme di tumori solidi …vedi Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie Generale n. 303, 31/12/2009).

Tecnicamente, il trapianto viene realizzato attraverso l’infusione delle cellule staminali in genere per mezzo di un catetere venoso centrale, a distanza di 1-2 giorni dal termine del regime di condizionamento (il regime di condizionamento consiste nella somministrazione di cicli di chemioterapia e radioterapia ad alte dosi finalizzati a distruggere le popolazioni midollari malate).
Dopo l’infusione inizia un fenomeno noto come “homing”, che porta le cellule staminali a migrare dalla regione in cui sono state somministrate verso il midollo osseo, ambiente che colonizzeranno in modo progressivo fino alla completa ricostituzione di tutte le popolazioni normalmente presenti in questa sede (processo noto come attecchimento).
Attualmente è in corso uno studio realizzato presso l’Università del Kansas (Clinical Trials.gov Identifier: NCT02099266) che valuta l’effetto dell’ossigeno iperbarico sul trapianto delle cellule staminali ematopoietiche del sangue del cordone ombelicale, in particolare sul processo di “homing” e sulla successiva fase di attecchimento nel midollo osseo.
Nel post che abbiamo pubblicato lo scorso 18 giugno 2014 abbiamo sottolineato come l’ossigeno-terapia, vale a dire la respirazione di ossigeno puro somministrato a una pressione maggiore rispetto a quella atmosferica, è una tecnica attualmente riconosciuta e utilizzata per il trattamento di numerose problematiche (ulcere di varia natura, piede diabetico, edemi, infezioni dei tessuti molli, gangrena gassosa) ed è consigliato anche in gravidanza poiché stimola lo sviluppo neurologico del feto.
Lo studio americano, coordinato dal Dott. Omar Aljitawi, si propone di valutare se la somministrazione di ossigeno iperbarico, eseguita prima del trapianto di cellule staminali, migliora l’esito del trapianto stesso in pazienti affetti da alcune forme di leucemia, linfoma e da mielodisplasia.
Lo studio, che è stato inaugurato l’anno scorso, si propone di arruolare 15 pazienti di età compresa tra i 17 e i 70 anni, per i quali verrà valutata anche la sicurezza del trattamento e l’eventuale comparsa di effetti collaterali.

Eseguito il primo trapianto in Italia di cellule staminali ematopoietiche nel muscolo cardiaco

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La notizia risale allo scorso 13 e 14 luglio: per la prima volta, nel nostro paese, è stato eseguito un trapianto di cellule staminali ematopoietiche di tipo autologo direttamente nel muscolo cardiaco per il trattamento di due pazienti affetti da insufficienza cardiaca cronica.
Dopo un episodio non recente di infarto i due pazienti presentavano a livello della regione ventricolare la perdita della funzionalità cardiaca a causa della cicatrizzazione dei tessuti coinvolti, che ha comportato la necessità di seguire un’adeguata terapia farmacologica di compensazione.
Le cellule staminali sono state prelevate dal midollo osseo dei due pazienti e sono state opportunamente selezionate e manipolate per favorire il loro differenziamento in cellule cardiache.
Questo trapianto è il frutto della partecipazione dell’Azienda Ospedaliera Universitaria di Verona allo studio internazionale CHArRT 1, studio randomizzato, multicentrico, promosso dalla Mayo Clinic e dal OLVZ Center di Aast in Belgio.
L’Azienda Ospedaliera di Verona, l’unica a livello nazionale ad aver ottenuto dal Comitato di Etica l’autorizzazione a partecipare allo studio CHArRT 1, riferisce che i pazienti stanno rispondendo bene all’intervento.
Le considerazioni che derivano da questa notizia non possono che essere positive.
Il nuovo approccio terapeutico che si sta delineando promette di recuperare la funzione cardiaca attraverso la rigenerazione tissutale delle aree compromesse e quindi crea la prospettiva di un recupero clinico dei pazienti non raggiungibile attraverso la terapia farmacologica a cui sono normalmente sottoposti.
La limitata invasività rappresenta un punto di forza del protocollo: il trattamento con cellule staminali autologhe è stato realizzato attraverso l’iniezione intracardiaca del materiale passando attraverso l’aorta, senza necessità di anestesia generale.
La maggior invasività del processo è legato alla fase iniziale di raccolta del sangue midollare, che avviene attraverso aspirazione del materiale dalle ossa del bacino.
Questa “controindicazione“ potrà di certo essere eliminata con l’utilizzo di una fonte alternativa di cellule staminali, quale è il sangue del cordone ombelicale, che per ragioni anagrafiche non poteva essere a disposizione dei due pazienti arruolati nello studio.
Questa fonte di cellule staminali, che ha caratteristiche biologiche sovrapponibili a quelle presenti nel sangue midollare, è attualmente utilizzato, al pari di quest’ultimo, per il trattamento di oltre 80 patologie (malattie del sangue, tumori solidi, disordini del sistema immunitario e altro..) ed è attualmente utilizzato in numerosi progetti di medicina rigenerativa grazie all’enorme potenziale che ha dimostrato di possedere per il trattamento di disturbi cardiaci, neurologici e vascolari (paralisi cerebrale infantile, ischemia degli arti, ipossia cerebrale).

Il trattamento del morbo di Crohn con il trapianto di cellule staminali ematopoietiche

Il Morbo di Chron è una malattia autoimmune infiammatoria dell’apparato digerente che può colpire diverse parti del canale alimentare portando allo sviluppo di regioni infiammate, che presentano ulcere e lesioni a livello dell’intero spessore della parete intestinale e che provocano diversi sintomi: febbre, dolori addominali, diarrea, vomito, eruzioni cutanee, perdita di peso, ritardo di crescita.
Nel nostro paese il Morbo di Crohn, determinato sia da cause genetiche che da fattori ambientali, coinvolge oltre 30.000 persone nelle quali la malattia compare prevalentemente in età giovanile senza portare a una guarigione ma manifestandosi ciclicamente nel corso della vita.
Da circa dieci anni diversi gruppi di ricerca stanno tentando di curare in modo efficace questa malattia nelle sue forme resistenti ai trattamenti convenzionali (trattamenti farmacologici o chirurgici) attraverso il trapianto di cellule staminali ematopoietiche autologhe: l’obiettivo di questa procedura è di ricreare ex-novo il sistema immunitario del paziente, eliminando quella componente autoimmune costituita da linfociti autoreattivi “impazziti” che è direttamente coinvolta nell’insorgenza della malattia.
In Italia, già nell’anno 2007 è stato compiuto con successo presso il Centro Trapianti di Midollo della Fondazione Policlinico Mangiagalli di Milano, un primo tentativo di trapianto autologo su quattro pazienti affetti da Morbo di Crohn refrattari alle terapie convenzionali; questo trattamento ha determinato la remissione completa nell’80% dei casi e ha portato numerose altre strutture ospedaliere a seguire lo stesso protocollo.
A livello europeo fino ad oggi sono stati effettuati circa 1500 trapianti di cellule staminali ematopoietiche, prevalentemente di tipo autologo, finalizzati a trattare non solo il Morbo di Crohn ma anche malattie autoimmuni di natura neurologica come la sclerosi multipla e malattie reumatologiche come la sclerodermia e il lupus.
Alla luce di questi risultati è verosimile sperare che anche le cellule staminali ematopoietiche derivate dal sangue del cordone ombelicale possano essere utilizzate allo stesso scopo, se pensiamo che questa preziosa fonte di cellule staminali è attualmente utilizzata al pari delle cellule staminali midollari per il trattamento di oltre 80 patologie di varia natura (leucemie, linfomi, mielomi, insufficienze midollari, disordini del sistema immunitario, errori congeniti del metabolismo) (vedi Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, Serie Generale, numero 303).

Cellule staminali autologhe per riparare la cornea: il successo è tutto italiano.

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Si chiama Holoclar ed è il primo farmaco al mondo a base di cellule staminali autologhe in grado di curare gravi lesioni della cornea.
E’ stato sviluppato a Modena dal team di ricercatori coordinato dalla Dott.ssa Graziella Pellegrini e dal Dott. Michele De Luca, docenti presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, che da anni condividono l’impegno e la passione per la medicina rigenerativa.
Il punto di partenza è una popolazione di cellule staminali che i ricercatori hanno scoperto risiedere nel limbus, una sottile regione localizzata tra la cornea, la membrana trasparente collocata al centro dell’occhio, e la congiuntiva, la membrana che riveste il bulbo oculare e la parte interna delle palpebre.
Queste cellule, opportunamente isolate dall’occhio del paziente, vengono coltivate in laboratorio e, nell’arco di alcune settimane, viene prodotto un tessuto che, trapiantato sulla superficie corneale danneggiata, è in grado di ricostituire le strutture lesionate da agenti chimici o fisici (ustioni, incidenti sul lavoro..) e di restituire la capacità visiva.
Sono sufficienti poche cellule per ottenere un risultato che non è altrimenti riproducibile in modo spontaneo nel paziente.
Oggi l’utilizzo clinico di Holoclar è stato approvato a livello europeo dall’Emea (Agenzia Europea del Farmaco) che lo ha riconosciuto come prodotto medicinale di terapia avanzata (ATMP) indicato per il trattamento della condizione definita limbal stem cell deficiency (LSCD), ovvero il deficit di cellule staminali corneali dovuto a precedenti episodi traumatici.
Si stima che in Europa il farmaco a base di cellule staminali possa essere somministrato annualmente a circa un migliaio di pazienti, con una percentuale di successo che è superiore all’80% e con la possibilità di trattare anche coloro che da diversi anni riportano i danni corneali.
Holoclar sarà prodotto nei laboratori di Holostem Terapie Avanzate, società di biotecnologie spin-off dell’Università di Modena e Reggio Emilia, di cui fa parte anche l’azienda farmaceutica Chiesi Farmaceutici.
I laboratori di produzione del farmaco sono localizzati presso il Centro di Medicina Rigenerativa “Stefano Ferrari” finanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena.

Sviluppato in laboratorio il tessuto cerebrale a partire da cellule staminali

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Da oggi sembra più vicina la possibilità di curare gravi malattie neurologiche: in Giappone, presso il centro di ricerca Riken per la Biologia Evolutiva, è stato creato tessuto cerebrale a partire da cellule staminali embrionali.
Si tratta di una tappa storica per il mondo della ricerca scientifica, poiché per la prima volta è stato possibile produrre un tessuto complesso, di tipo tridimensionale, costituito da cellule nervose mature tra loro connesse attraverso una fitta rete di interazioni.
Il risultato è stato ottenuto inducendo le cellule staminali embrionali a differenziare in cellule nervose del cervelletto, attraverso la somministrazione del fattore di crescita FGF2 (fibroblast growth factor II).
Dopo il differenziamento in elementi maturi, le cellule si sono organizzate in una struttura tridimensionale che, dopo solo 15 settimane dall’inizio della sperimentazione, ha dimostrato di possedere un’ attività propria, documentata dalle registrazioni elettrofisiologiche della sua funzione.
Questa rete nervosa è dunque in grado di funzionare.
Il lavoro, pubblicato sulla rivista scientifica Cell Reports, dà un importante impulso alla medicina rigenerativa, che ha l’obiettivo di riparare organi o tessuti danneggiati attraverso l’utilizzo delle cellule staminali, portando al recupero anatomico e funzionale della regione lesionata. (http://www.ncbi.nlm.nih.gov/pubmed/?term=Keiko+Muguruma%2C+Ayaka+Nishiyama%2C2015)
La speranza dei ricercatori è di applicare questi risultati alla cura di gravi malattie neurologiche come il morbo di Parkinson, che presentando un’incidenza pari all’1-2% della popolazione di età superiore ai 60 anni, ha un impatto sociale molto elevato.

Cellule staminali mesenchimali prelevate dal midollo osseo per ricostituire tessuto polmonare : oggi è possibile.

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Lo ha dimostrato l’equipe medica dell’Istituto Europeo dei Tumori (IEO) di Milano che è intervenuta su un paziente di 42 anni il quale, a seguito della precedente asportazione di un polmone affetto da neoplasia, presentava una fistola polmonare post-chirurgica, ossia una ferita aperta localizzata tra il bronco e il cavo pleurico.
Fino ad oggi questo tipo di complicazione, che si può formare a causa dell’incompleta cicatrizzazione dei tessuti, era trattata in modo invasivo con successivi interventi riparativi che hanno un impatto piuttosto forte sui pazienti e spesso creano ripercussioni a lungo termine.

Oggi, per la prima volta, l’equipe coordinata dal Dott. Francesco Petrella, vicedirettore del dipartimento di chirurgia toracica dell’IEO, ha utilizzato una metodica mininvasiva basata sulla broncoscopia flessibile, una tecnica che consente di inoculare le cellule staminali nella regione interessata dalla fistola con un livello di invasività notevolmente ridotto rispetto all’atto chirurgico.

Il risultato ottenuto presso l’Istituto milanese, pubblicato sulla rivista New England Journal of Medicine , è stato il frutto della collaborazione tra la Divisione di Chirurgia Toracica dell’IEO, la Cell Factory della Fondazione Ca’ Granda Policlinico di Milano dove le cellule staminali autologhe sono state estratte ed espanse in coltura e il Dipartimento di Medicina dell’Università degli Studi di Milano, sede quest’ultima dove si è realizzata la fase pre-clinica dello studio.
Le cellule staminali mesenchimali, prelevate dal midollo osseo dei pazienti stessi e posizionate nella fistola bronchiale, hanno la capacità di interagire con l’ambiente circostante (processo definito di crosstalk) stimolando la proliferazione dei fibroblasti, le cellule che attraverso la produzione di collagene inducono la cicatrizzazione delle ferite.
A distanza di 8 mesi dal trapianto di cellule staminali il paziente mostra buone condizioni di salute.
Il prossimo obiettivo dell’equipe milanese è il passaggio alle fase clinica, attraverso lo sviluppo di un protocollo sperimentale di fase 1 che possa prevedere di applicare la stessa metodologia anche in altri distretti corporei.

Dalle cellule staminali ematopoietiche del midollo osseo nasce la speranza per la cura della sclerosi multipla

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Dagli Stati Uniti, in particolare dall’Istituto St. Luke’s Medical Center di Denver, arriva la speranza di trovare una cura per la sclerosi multipla (SM), una malattia neurodegenerativa cronica che coinvolge solo nel nostro paese circa 72.000 persone.
Ad oggi non esiste una cura efficace per la sclerosi multipla, ma solo trattamenti di tipo farmacologico che riescono a contenere la malattia riducendone la progressione e l’aggressività.
Lo studio sperimentale di fase 2 che è stato realizzato presso il St. Luke’s Medical Center ha trattato 24 pazienti affetti dalla forma più diffusa della malattia, la forma recidivante-remittente (SM-RR).
I pazienti sono stati sottoposti a trapianto di cellule staminali ematopoietiche autologhe, prelevate dal loro stesso midollo osseo, dopo essere stati sottoposti a un ciclo intensivo di chemioterapia e radioterapia.
Il trapianto di cellule staminali, che ha lo scopo di ricreare ex-novo l’ambiente midollare da cui prendono origine tutte le cellule mature del sangue, è finalizzato a sostituire gli elementi del sistema immunitario che nei soggetti con SM sono alterati e attaccano i tessuti dei pazienti stessi.
In questi pazienti infatti il sistema immunitario, che nel soggetto sano difende l’organismo da sostanze patogene, attacca i componenti del sistema nervoso centrale, in particolare le fibre di mielina che rivestono le cellule nervose, provocando lesioni che portano alla comparsa dei sintomi caratteristici (perdita di sensibilità, debolezza muscolare, difficoltà di movimento e di equilibrio, disturbi visivi..)
Il Dott. Richard Nash, primo autore dello studio, ha riportato con entusiasmo i risultati ottenuti e pubblicati online sulla rivista scientifica Jama Neurology  non sono stati osservati effetti tossici legati al trapianto, e a distanza di 3 anni dal trattamento la maggior parte dei pazienti arruolati non ha avuto ricadute e mostra un importante miglioramento delle funzioni neurologiche.
Questi risultati, seppur preliminari, rappresentano un ottimo punto di partenza per il trattamento non solo della sclerosi multipla, ma di diverse patologie determinate da un’alterata funzionalità del sistema immunitario.
Un augurio che Bioscience Institute si fa è che anche le cellule staminali ematopoietiche provenienti dal sangue del cordone ombelicale vengano utilizzate all’interno di studi sperimentali di questo tipo, se pensiamo che recentemente diversi gruppi di ricerca internazionali hanno sviluppato protocolli sperimentali che sfruttano le loro proprietà biologiche per il trattamento di malattie neurologiche quali la paralisi cerebrale, l’ictus, l’autismo.

Le Cellule staminali renali per lo studio e la cura di alcune malattie renali di natura genetica

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E se vi dicessimo che all’interno delle urine sono presenti cellule staminali che possono essere sfruttate per la cura di malattie renali di natura genetica?
E’ proprio così, è stato infatti osservato che i pazienti pediatrici affetti da alcune malattie renali rilasciano nelle urine particolari cellule, chiamate “progenitori renali”, che opportunamente stimolate e coltivate in laboratorio danno origine alle cellule renali adulte, ossia le cellule mature che formano questo organo.
Il gruppo di ricerca dell’Ospedale Meyer di Firenze, coordinato dalla Dott.ssa Paola Romagnani, ha pensato di purificare queste cellule dalle urine dei pazienti, di moltiplicare il loro numero e di indurne la maturazione così da ottenere come prodotto finito cellule renali mature.
Le cellule così ottenute conservano le alterazioni genetiche dei progenitori staminali da cui derivano e per questo rappresentano un utile modello di studio che consentirà ai ricercatori di capire i meccanismi che stanno alla base della malattia.
Il punto di forza di questo progetto è la sua “plasticità”, ossia la possibilità di creare un modello di studio a misura di ogni bambino, proprio perché il suo punto di partenza è un materiale biologico che ha caratteristiche intrinseche uniche per ogni paziente.
Lo studio delle cellule renali così ottenute permetterà non solo di comprendere quali mutazioni genetiche stanno alla base della malattia, ma anche di individuare quale peso hanno sullo sviluppo della patologia alcuni particolari fattori ambientali.
Il gruppo di ricerca coordinato dalla Dott.ssa Romagnani fa capo al reparto di Nefrologia dell’Ospedale pediatrico Meyer di Firenze, una struttura di eccellenza nel campo della clinica pediatrica.
Il progetto sviluppato in questa sede è frutto di un lavoro durato oltre 3 anni, e di un impegno che è stato coronato con la pubblicazione sul Journal of the American Society of Nefrology, la più celebre rivista scientifica nel campo della nefrologia.